Gentili utenti vi informiamo che il team di MyTech si è spostato sul canale Hitech & Scienza di Panorama.it

      non hai uno username? regìstrati   /   recupera la password

apple / google / microsoft

Drm in Linux? Forse, ma rispettando la Gpl

Scritto da Guido Sintoni

linux1.jpg
Linus Torvalds non nega che i prossimi i kernel potrebbero supportare le funzioni per il digital rights management. Comunità in fermento. Le perplessità di Alan Cox
La notizia, in sé, ha i toni del clamoroso, ma anche del già visto, letto e sentito.
Linus Torvalds, padre di Linux e paladino del software libero e aperto si è dichiarato possibilista in merito al supporto nei futuri Linux di tecnologie per il Digital Rights Management(Drm) e la Content Protection for Recordable Media (Cprm).

Dietro queste due sigle si nascondono due colpi al cuore per chi ha l’hobby della copia non autorizzata di contenuti protetti da diritti d’autore: e sono le armi in mano a case discografiche e cinematografiche per evitare un calo di entrate derivanti dalla pirateria.

Queste ultime sono parti in causa, portatrici di legittimi interessi; Torvalds, per contro, lavora per Transmeta, azienda che produce microprocessori e che da tempo è interessata all’argomento.
Meno esatto pare invece parlare di un interesse di Linus Torvalds a diffondere i Drm. In effetti il post su una mailing list che da più parti è stato trattato come pietra dello scandalo, se ben riletto, non sembra così eretico.

Torvalds non nega a priori la possibilità che i prossimi kernel di Linux supportino funzioni per il Drm (e, per diretta conseguenza, i rami di sviluppo per le unità di storage facciano lo stesso con Cprm); ma - non dimenticandosi che la licenza Gpl (che prevede l’obbligo di ridistribuire i codici sorgenti insieme ai binari) è alla base del software libero - pone quest’ultima come limite per l’inserimento di tali tecnologie nel kernel (“The Gpl does allow you to embed a public key in the kernel”, scrive).

Non va dimenticato che Torvalds è un tecnologo (e parla come tale): nel mondo Linux sono altre le figure che si possono associare al concetto quasi “filosofico” di software libero. Alan Cox, ad esempio, ha risposto in maniera decisa: “La vera questione è se è possibile usare codice Gpl in un sistema che supporti una firma digitale”: questo significa spostare la partita in ambito legale, non tecnico.

D’altra parte, non è possibile sottovalutare la forte valenza sociale del software libero: il termine “comunità Linux” serve per definire un insieme di persone che, più che uno dei tanti cloni di Unix, amano la filosofia libera alla base del modello di sviluppo del software.

La licenza Gpl non vieta in sé di utilizzare codice protetto in applicazioni Drm, ma (il bisticcio di parole rende perfettamente l’idea) vieta di proibire la ridistribuzione del codice sorgente.

Si tratta di una licenza libera, sulla quale molto si è scritto e per la quale è possibile creare vere e proprie fazioni: sul fronte Drm, è solo una delle possibili licenze adottabili. Non è detto che l’acquisto di una pistola armi per forza la mano di un assassino; allo stesso modo, l’uso di Linux assieme a tecnologie Drm non significa necessariamente una svolta restrittiva del software libero.

Se vi saranno i presupposti per il decollo delle tecnologie Drm, vi sarà sempre una scappatoia per le aziende che non vogliono utilizzare la licenza Gpl: la licenza Bsd, che non impone il rilascio dei sorgenti insieme al codice. In quest’ultimo modo, sarebbe possibile creare una sorta di black box attorno a tecnologie che a molti appaiono troppo “chiuse” per essere realmente utili.

Commenti   (Inserisci un commento)

Ancora nessun commento.

Effettua il login