Quantità a pagamento, qualità gratis
La situazione è paradossale: i contenuti non accrescono i ricavi di chi li crea, ma di chi offre il contenitore e il supporto. Internet funziona (o non funziona) per ora così, tra monopolisti che guadagnano e provider che pagano. Durerà?Allargare le opportunità. E non solo la banda. Ecco la ricetta per garantire uno sviluppo equilibrato del mercato italiano della Rete, senza favorire i soliti noti e senza relegare i content provider a un ruolo tanto marginale quanto insostenibile. Questo è il monito lanciato dagli esperti protagonisti lo scorso 22 maggio a Roma della tavola rotonda dal titolo “Internet governance: pubblici poteri e partecipazione della local Internet community“, evento organizzato dalla sezione italiana di Internet Society in collaborazione con il Cnr.
I principali fattori che ostacolano uno sviluppo equilibrato del mondo Internet in Italia sono sostanzialmente due: la mancanza di un’effettiva liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni e il problema della remunerazione economica dei fornitori di contenuti, la cui attività non è più sostenibile se legata esclusivamente alla pubblicità on line.
La sfida che si trova davanti il mercato, dunque, è creare condizioni che assicurino pari opportunità ai soggetti che lo animano: l’operatore telefonico che è il proprietario del contratto telefonico di abbonamento dell’utente; l’Internet service provider (Isp) che è proprietario del contratto (gratuito o a pagamento) di accesso alla Rete stipulato con l’utente; il content provider che ha il compito di produrre i contenuti che l’utente trova on line (di solito non esiste nessun contratto, salvo rari casi).
Questo equilibrio è lontano dall’essere realizzato, lamentano Isp e fornitori di contenuti. Anzi, c’è il rischio che il mercato finisca definitivamente nelle mani dei grandi operatori telefonici, in particolare dell’ex monopolista Telecom Italia. Fin dalle sue origini il mondo Internet non ha usufruito di una propria infrastruttura per la trasmissione dei dati, ma si è appoggiato alla rete telefonica.
Oggi, dichiara il fondatore di Dada Paolo Barberis, gli utenti residenziali italiani spendono in Rete 50 milioni di ore al mese attraverso connessioni che sono all’85 per cento di tipo dial up e per il restante 15 per cento di tipo Adsl. Si tratta comunque di traffico che viaggia attraverso la rete telefonica e che genera entrate a favore degli operatori telefonici in termini di scatti, mentre la maggior parte dei servizi e dei contenuti on line è gratuita.
Secondo le stime presentate da Barberis, il traffico dial up italiano genera ogni mese entrate per circa 45 milioni di euro: di questi, oltre 37 milioni finiscono nelle casse delle compagnie di telecomunicazioni, mentre 7,5 milioni vanno agli Isp, il cui mercato è rappresentato al 90 per cento da quattro grandi operatori telefonici come Telecom, Wind, Tiscali e Albacom; neanche un centesimo invece va ai fornitori di contenuti, che sono costretti a fare affidamento sulla sola pubblicità on line.
Le previsioni di crescita per il 2003 e il 2004, continua Barberis, parlano di maggiori entrate derivanti dalla diffusione dell’Adsl e del commercio elettronico, ma descrivono ancora “uno scenario fosco” per la pubblicità on line. Si arriva così a una situazione paradossale, nella quale «i contenuti non accrescono i ricavi di chi li crea, ma di chi offre il contenitore e il supporto». Insomma, come se i soldi che spendiamo per comprare un litro d’olio d’oliva, andassero a pagare in minima parte l’azienda che produce le bottiglie e in massima parte chi le distribuisce ai supermercati. Neanche un euro a chi coltiva gli ulivi, ne raccoglie i frutti e produce l’olio: dovrà accontentarsi dei ridicoli ricavi pubblicitari di ciò che riuscirà a scrivere in un angolo dell’etichetta.
È d’accordo con questa analisi Gianluca Dettori, fondatore di Vitaminic, che rincara la dose: Internet è sostanzialmente un business per le aziende di telecomunicazioni, per le quali è importante il tempo trascorso in Rete dagli utenti, non i contenuti o chi li produce. Nel caso della musica on line, sottolinea Dettori, per gli operatori telefonici è indifferente il fatto che la musica scaricata sia legale o meno: «i grandi carrier vivono di pirateria».
«È vero che siamo a un momento di svolta con l’arrivo della banda larga», aggiunge, «ma questo è un problema che rimane e per il quale andrà trovata una soluzione». Dettori non fa proposte, mentre ci prova Barberis, che ritiene necessario istituire un albo di content provider e introdurre un codice di autoregolamentazione per migliorare la qualità dei contenuti, ma spinge soprattutto per «la creazione di un fondo di reverse dalla connettività che finanzi i content provider, garantendo così l’evoluzione dei servizi di rete».
Oltre ai fornitori di contenuti, rivendicano maggiore spazio e considerazione gli Isp, che manifestano la loro insofferenza verso il predominio delle grandi compagnie Tlc. «Oggi il mercato delle telecomunicazioni non è un mercato libero», dichiara Giambattista Frontera, vice presidente di Assoprovider, che accusa l’incumbent Telecom Italia di sfruttare la sua posizione di gestore della rete telefonica per lanciare sul mercato dell’accesso a Internet offerte impraticabili per i concorrenti, soprattutto nel crescente segmento dell’Adsl.
«Ma anche a livello locale», aggiunge Frontera, «abbiamo esempi di aree omogenee e aree economiche di predominanza. A Milano, per esempio, Fastweb è un incumbent. Come può un’azienda vendere un’offerta Adsl quando Fastweb vende un 10 Megabit a prezzi stracciati? Fastweb forse dovrebbe essere obbligata ad avere un’offerta wholesale».
La sostituzione del dialup con l’Adsl è un’operazione che rischia di mettere fuori gioco gli Isp, osserva Joy Marino, vice presidente di Aiip (Associazione Italiana Internet Provider), secondo il quale la recente legge che ha sancito l’equiparazione tra Isp e operatori telefonici ha permesso l’ingresso dei provider in un mercato, quello del dial up, che sta cedendo il passo alla banda larga, dove le grandi Telco si stanno adoperando per assicurarsi il predominio assoluto. «Ho paura che le battaglie che abbiamo fatto finora incatenandoci davanti al Parlamento per l’accesso ai soldi del dial up stiano diventando battaglie di retroguardia. Dall’autunno del 2002 il traffico del dial up non cresce più, anzi diminuisce. Perché? Telecom sta usando sistematicamente grandi mezzi in un processo di sostituzione del dial up con una struttura pagata, controllata e non riproducibile basata su Adsl. La conseguenza di questo avrà profondi effetti sui contenuti, perché nel momento in cui ci sarà un unico operatore che controlla la struttura d’accesso, questo sarà in condizioni di dettare regole. Questo è uno scenario assolutamente preoccupante».





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