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Bsd non fa poi così male all’open source!

Scritto da Guido Sintoni

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Dibattito nel mondo degli sviluppatori sul ruolo dei software aperti e di quelli dichiaratamente liberi. Eppure la contrapposizione non è così forte come sembra e l’esperienza ha dimostrato che sono invece complementari
Misteri dell’informatica. Una pagina Web, intitolata “How Bsd hurts OpenSource” (“Come Bsd fa male all’OpenSource”) ha scatenato decine di post sulle mailing list dedicate ai sostenitori dell’una e dell’altra forma di sviluppo.

Basta dare un’occhiata all’archivio delle mailing listdedicate al Software Libero e agli utenti italiani di FreeBsd: i thread sono molteplici. Ma i toni sono in genere più pacati rispetto allo scritto originale dell’autore, Stephen Pinker, uno sviluppatore.

Libero o aperto?
La miccia accesa da Pinker è dettata dall’entusiasmo per un movimento, quello dell’Oss (Open Source Software), che in realtà è identificabile più con il software libero di matrice Gnu/Gpl che con il generico software aperto. La distinzione non è da poco: esistono sistemi operativi derivati da Unix che non sono liberi, ma nell’open source fondano la propria evoluzione e la sopravvivenza: FreeBsd, NetBsd e OpenBsd ad esempio. E non si tratta di sistemi operativi da poco: non è fuori luogo ricordare che i sistemi liberi per eccellenza (generalizziamo, ma si parla essenzialmente di molte distribuzioni Linux) debbano ai sistemi Bsd alcuni componenti chiave. Un esempio? Lo stack di rete di Linux deriva da Bsd.

Pinker confronta differenti modelli di sviluppo ponendoli in antitesi tra loro, arrivando ad un’equazione radicale: mentre Bsd sarebbe la testa di ponte verso lo sviluppo di software proprietario, la vera libertà si troverebbe solo nella filosofia Gnu e nelle licenze propugnate dalla Free Software Foundation.

L’affermazione non sembra del tutto corretta, pur riconoscendo che l’autore ammette di adottare un punto di partenza parziale: lo stesso padre del software libero, Richard M. Stallman, definisce la Lgpl su cui - secondo Pinker - si baserebbe la maggior parte dei progetti “liberi e aperti” una licenza “Lesser Gpl” (attenzione, comunque: Lgpl può anche significare Library Gpl, ed essere un trait d’union tra applicazioni Gpl e librerie sottostanti).

Quindi? Una linea guida per chiarirsi le idee potrebbe essere una sorta di complementarietà tra licenze Bsd (che permettono la chiusura del codice) e Gpl (che impongono la redistribuzione dei sorgenti). La licenza Bsd originaria non era compatibile con i dettami della Gpl per via di una clausola (“You may not impose any further restrictions on the recipients’ exercise of the rights granted herein”) poi rimossa nella sua successiva versione. Tuttavia, senza software licenziato con Bsd, molto software Gpl sarebbe nato in tempi più lunghi; e, per converso, molto software Gpl è disponibile per sistemi Bsd (un esempio? Il compilatore C di FreeBsd è gcc, lo Gnu C Compiler, per tacere dei layer di compatibilità binaria con applicazioni Linux).

Sono comunque disponibili le versioni integrali di molte licenze con cui viene rilasciato il software, tra cui la Bsd, la Gpl e la Llgpl. Da non sottovalutare, infine, le faq della Free Software Foundation sulla licenza Gpl e la pagina specificamente dedicata alla licenza Bsd: pur ribadendo la contrapposizione “copyleft vs copyright”, adotta una visione delle cose equilibrata.

In definitiva, pur essendo ormai rappresentanti di due modi diversi di “fare software”, le licenze Gpl e Bsd non appaiono in netta contrapposizione: non che si possano definire del tutto compatibili, ma - alla loro base - il concetto di “dono liberale” (che permette di fare ciò che meglio si crede del programma a disposizione, anche di chiuderlo) è, con buona probabilità, alla base della rivisitazione che ha condotto al concetto di software “libero”.

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