Ibm e pinguini al contrattacco
Sco ha accusato il gigante di Armonk di aver violato il copyright Unix, ma ora si trova a dover fronteggiare la sua risposta legale: grande fermento nel mondo Linux, in attesa delle nuove puntate della vicenda che rischia di minare l’intero sistemaTutti contro tutti. O, forse, uno contro tutti. L’azione legale intentata da The Sco Group contro Ibm per la presunta violazione di copyright con cui Big Blue avrebbe trasferito tecnologia proprietaria di Unix in una componente vitale (il kernel) di un sistema libero quale Linux, si arricchisce di nuovi atti.
Ibm ha risposto per le rime, chiamando in causa davanti alla Corte Federale dell’Utah l’azienda di Lindon, per una presunta violazione di quattro brevetti Ibm da parte di quest’ultima, e per la violazione della licenza Gpl (General Purpose License) di Linux.
È proprio la Gpl, che impone la redistribuzione del codice sorgente soggetto a modifiche (vietandone così la chiusura, come ad esempio avviene nella più permissiva licenza Bsd) il nodo della questione: chiedendo il pagamento di royalty per l’installato Linux, Sco ne avrebbe infranto uno dei punti chiave. Andando alla radice, se le ragioni di Sco venissero accettate, l’intero sistema del software libero sarebbe irrimediabilmente minato alle proprie fondamenta.
Mentre fonti ufficiali di Sco parlano dell’azione di Ibm come «un tentativo di sviare l’attenzione dal proprio errato modello di business relativo a Linux», il colosso di Armonk alza il tiro, citando Sco per avere chiesto il ritiro dal mercato di Aix, lo Unix di Ibm, sostenendo che tale azione sarebbe dovuta spettare a Novell e non a Sco stessa.
Tra Davide-Sco e Golia-Ibm, quindi, la battaglia legale è senza quartiere, e spazia dal software libero a quello proprietario, con l’unico filo conduttore rappresentato dal fatto che le fondamenta di Linux si basino proprio su Unix. Quest’ultima affermazione vale anche per sistemi operativi quali FreeBSD, OpenBSD o NetBSD, mai richiamati direttamente da Sco: giova ricordare che questi ultimi - indubbiamente - sono meno conosciuti di Linux, ma rappresentano lo stesso una buona opportunità di business. Qualche esempio? I kernel FreeBSD e OpenBSD sono la base per molti blasonati produttori di appliance ad alte prestazioni; di recente, infine, Netcraft ha censito due milioni di domini “powered by FreeBSD”.
Con la nuova, duplice, azione legale, Ibm ha inferto un duro colpo a Sco, le cui azioni sono crollate: nella settimana dal 4 all‘8 agosto, il loro prezzo è passato da poco più di 13 dollari a poco meno di 11 per azione. Ma si tratta di un dato da prendere con le molle: all’inizio di maggio, pur considerando l’elevata volatilità del Nasdaq (il mercato su cui Sco è quotata), bastavano poco più di tre dollari per acquistare il titolo Sco (ticker ScoX). Impressionante, tra l’altro, l’incremento di volumi: il titolo Sco è passato da poco più di 20.000 scambi giornalieri a punte di due milioni nei momenti topici. Per la cronaca, nella settimana in questione si è passati dalle 63.000 negoziazioni giornaliere di lunedì alle 452.000 di venerdì.
Ma non solo Ibm è contro Sco: Red Hat, uno dei nomi storici di Linux, ha intentato causa all’azienda di Lindon che, con il proprio comportamento, penalizzerebbe il mercato Linux. La competenza, stavolta, è della Corte del Delaware.
C’è da aspettarsi che molti player seguiranno l’esempio di Red Hat, dai grandi ai piccoli. Significativo, al riguardo, il commento di Frederick Berenstein, Presidente di Xandros, una piccola realtà che distribuisce Linux per desktop: «Le basi per l’azione di Sco? Non ce ne sono. Piuttosto, c’è il tentativo di Sco di rimanere sul mercato».
Scetticismo ma anche percezione di una minaccia reale, quindi.
Red Hat, per bocca del proprio Ceo Matthew Szulik, ha sottolineato come «Sco non abbia ancora permesso il pubblico esame del codice per determinare con esattezza le presunte violazioni». Sco ha finora preferito offrire alle parti interessate il proprio codice con il vincolo di un accordo di confidenzialità (non disclosure agreement), giustificando la mossa come necessaria a prevenire eventuali correzioni ai sorgenti di Linux, tali da rimuovere la violazione di copyright.
Per adesso, la risposta delle aziende che contano su un installato Linux è stata fredda: evidentemente, si attende la fine della vicenda legale per corrispondere eventuali royalty, anziché accogliere a priori le richieste di Sco (che, per adesso, ha posto un prezzo di licenza server e workstation e inviato a 1500 aziende una richiesta esplicita di royalty, definita da Szulik “fuorviante e vaga”).
Mentre sembra che Red Hat voglia istituire una sorta di fondo di garanzia per le piccole realtà Linux eventualmente toccate dall’azione di Sco, SuSE - altro big del mercato Linux - ha fatto quadrato con la propria rivale storica, appoggiandone l’azione contro The Santa Cruz Operation. E non è certo alieno a questa mossa il fatto che SuSE abbia da tempo rapporti finanziari e tecnologici con Ibm.
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