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Il brevetto controverso

Scritto da Alessandro Lubello

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Perché la direttiva della Commissione Europea rischia di frenare l’innovazione nel mondo dei programmi per computer. La situazione attuale e la spinta delle aziende americane e giapponesi. Cosa ne pensano sviluppatori, economisti e imprenditori
La “brevettabilità” del software non incoraggia l’innovazione ma mette a rischio la libertà di creazione dei programmi e la sopravvivenza di sviluppatori indipendenti e piccole e medie imprese informatiche a vantaggio delle multinazionali.

Questo l’allarme lanciato dagli esponenti del mondo politico, dell’economia e dell’information technology riuniti venerdì scorso al convegno “Brevetti software. No alla brevettabilità delle idee”, organizzato dagli europarlamentari del Partito Radicale e dalle associazioni Software Libero e Club Dirigenti Tecnologie Informazione (Cdti).

L’iniziativa è nata con lo scopo di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sui problemi connessi alla proposta di direttiva della Commissione Europea sulla brevettabilità delle invenzioni attuate per mezzo di elaboratori elettronici.

La proposta, di cui è relatrice l’europarlamentare laburista Arlene McCarthy, dovrebbe essere votata dal Parlamento europeo il prossimo 23 settembre.

La brevettabilità del software è una questione molto complessa di cui si fa fatica a far comprendere l’importanza all’opinione pubblica, ha sottolineato in apertura l’europarlamentare radicale della Lista Bonino, Marco Cappato, secondo il quale nello stesso Parlamento europeo si rischia di arrivare al voto del 23 «con una conoscenza limitata del problema ma da parte degli stessi europarlamentari chiamati a pronunciarsi».

Utile per chiarire la vicenda dei brevetti software e le possibili conseguenze è stata però la relazione di Juan Carlos De Martin, ricercatore del Cnr.
Attualmente in Europa i software sono protetti legalmente dal diritto d’autore, al pari di opere creative come i romanzi o le canzoni. «Ciò che viene protetto quindi è lo specifico programma, non le idee che stanno alla base del programma», dichiara De Martin. «Compositori e romanzieri hanno facoltà di impedire che vengano effettuate copie illegali dei loro lavori, ma nessuno scrittore può brevettare, per esempio, l’idea di scrivere delle vicende di una coppia di fidanzati lombardi del Seicento».

Il software dunque non è considerato un’invenzione tecnologica ma un’opera dell’ingegno. È su queste basi, ha proseguito De Martin, che in Europa, con la Convenzione europea sui brevetti di Monaco del 1973, è stata esclusa l’applicazione della disciplina del brevetto per i software (articolo 52).
La convenzione è tutt’ora in vigore, ma a partire dagli anni Novanta l’Ufficio Brevetti Europei ha cominciato a rilasciare brevetti software adeguandosi al suo ufficio omologo negli Stati Uniti, che ha anche reso legali i brevetti sui “metodi di fare affari” (business methods patents), come il discusso “1 click shopping” di Amazon.com”.

È così che negli ultimi anche nel Vecchio Continente le multinazionali americane e giapponesi sono riuscite a ottenere migliaia di brevetti software, spesso su idee banali alla base dell’informatica e frutto di decenni di lavoro di ricercatori e programmatori.

Si arriva dunque al febbraio 2002, quando la Commissione Europea vara una proposta di direttiva sulla brevettabilità del software che di fatto neutralizza la Convenzione di Monaco, “ostacolo” che finora ha permesso a diversi tribunali europei di dichiarare non validi i brevetti software.
In realtà l’Ufficio Brevetti non viola apertamente la Convenzione, ma permette di brevettare il software come “effetto tecnico”, vale a dire come programma indispensabile per il funzionamento di una macchina che è il vero oggetto del brevetto.

Tutto questo, sottolinea De Martin, avviene proprio mentre negli Stati Uniti si pensa a una clamorosa marcia indietro: «negli Stati Uniti le storture e i danni prodotti dai brevetti software e business methods sono oggetto di un numero crescente di studi e iniziative. Appare con sempre maggiore evidenza che i brevetti software sono utilizzati come strumenti di lotta commerciale per vie legali».

Vittime predestinate: gli sviluppatori
Secondo il ricercatore gli effetti negativi della brevettabilità dei software saranno molteplici. Con l’introduzione dei brevetti sul software un programmatore non solo dovrebbe essere in grado di sviluppare il programma da zero, ma dovrebbe anche assicurarsi che il suo codice non violasse nessuno delle decine di migliaia di brevetti software esistenti.

«Di fatto», commenta De Martino, «un’assoluta impossibilità per tutti tranne che per le grandi aziende, che i brevetti altrui o li ignorano grazie ad accordi di cross-licensing o li pagano grazie alle loro ingenti risorse». In questo modo chi è già in posizione di forza deciderebbe se, come e quando permettere l’introduzione di nuove tecnologie: «in altre parole, gli innovatori di ieri avrebbero acquisito gli strumenti per controllare gli innovatori di domani». Infine, se la direttiva passasse, ne farebbe le spese soprattutto il software libero, che diventerebbe vulnerabile ad azioni legali basate sull’infrazione di brevetti.

Con le conclusioni di De Martin si è detto d’accordo Maurizio Bufalini, presidente del Cdti, secondo il quale la brevettabilità del software rappresenta «un freno alla libera circolazione delle idee e alla creatività e favorisce il predominio delle multinazionali Ict, che già esiste nel software di base».
Un esempio delle conseguenze pratiche della direttiva è stato fornito da Roberto Galoppini, amministratore delegato di Acme Solutions. «Lo stesso sviluppo di software gestito mediante repository web-based», ha osservato Galoppini, «è brevettato negli Stati Uniti. Questo significa che per realizzare un qualunque software saremmo costretti a pagare o a inventare un sistema alternativo a quello che usiamo da sempre, da molti anni prima che questo brevetto fosse concesso». A questo punto, conclude Galoppini, ai piccoli sviluppatori non resterebbe che arrendersi, soprattutto perché le cause brevettali hanno costi esorbitanti, che vanno 50.000 ai 500.000 euro.

Oltre agli informatici, la proposta di direttiva non convince neanche gli economisti. Secondo Alfonso Gambardella, per esempio, i brevetti software potrebbero mettere in seria difficoltà l’ampia comunità di piccole e medie imprese e sviluppatori individuali e incoraggiare la formazione di portafogli di brevetti detenuti per ragioni strategiche, ossia non per sfruttare in proprio una innovazione quanto per impedire che possano farlo gli altri. È per questi motivi che un gruppo di economisti, tra cui lo stesso Gambardella, ha inviato una lettera aperta al Parlamento europeo in cui auspica che la direttiva non sia approvata nella forma attuale. Gli economisti ritengono che la Commissione dovrebbe promuovere un’analisi economica più approfondita sulla brevettazione del software e istituire un Osservatorio Europeo sui Brevetti, un’agenzia indipendente e disinteressata a supporto delle decisioni politiche in materia.

Le critiche rivolte alla proposta durante il convegno e le proteste che si sono levate contro il provvedimento negli ultimi mesi non lasciano insensibile il mondo politico.
Lo confermano le dichiarazioni del presidente della Commissione Giustizia del Parlamento europeo, Giuseppe Gargani. L’esponente di Forza Italia ha sostenuto che da parte di Bruxelles non c’è nessuna intenzione di brevettare il software e di adeguarsi al modello americano, pur confermando la necessità di regolare una materia divenuta negli ultimi anni estremamente complessa.

Comunque, con ogni probabilità la direttiva sarà votata il prossimo 23 settembre, ma l’eurodeputato radicale Marco Cappato e il deputato verde Paolo Cento hanno auspicato che la proposta venga quanto meno modificata. A tal proposito i due parlamentari hanno annunciato emendamenti da discutere in Commissione, sui quali potrebbe esserci la convergenza di più forze politiche.

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