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Sco batte Ibm sei (mandati) a quattro

Scritto da Guido Sintoni

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Colpo di scena nella querelle giudiziaria che oppone l’azienda di Lindon a Big Blue: Richard Stallman e Linus Torvalds chiamati a comparire in tribunale
La partita è ora in mano ai pool legali delle parti: il giudice distrettuale Brooke Wells ha parlato con entrambi il 31 ottobre, invitandole a soddisfare le reciproche richieste e fissando una convocazione extragiudiziale per il prossimo 21 novembre. Se non si giungerà al soddisfacimento delle richieste, lo show continuerà in aula il 5 dicembre.

Sco ha inviato alla Corte Distrettuale dell’Utah lo scorso mercoledì sei richieste per altrettanti mandati di comparizione rivolti, tra gli altri, a Novell; Linus Torvalds, creatore del kernel Linux; Richard Stallman di Free Software Foundation, uno dei padri del software libero; Stuart Cohen, Ceo dell’associazione Open Source Development Labs (dove Torvalds lavora); e John Horsley di Transmeta (dove Torvalds lavorava).

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Poco ci vuole a capire che il cerchio si stringe contro la comunità di chi propugna l’adozione di software libero, contro chi lo ha sviluppato e contro chi, a qualsiasi titolo, abbia violato i presunti diritti di proprietà sul kernel Unix System V di Sco. Ibm non è restata sulle sue, chiedendo esplicitamente a un giudice federale che Sco identifichi in maniera più precisa di quanto fatto sinora le porzioni di codice ritenute illegali, e ha richiesto quattro mandati di comparizione, riguardanti Bay Star Capital; Deutsche Bank Group; Renaissance Ventures e The Yankee Group, aziende che hanno ritenuto legittime le richieste di Sco.

In particolare, Big Blue pone l’attenzione su un articolo del Salt Lake Tribune in cui l’analista Brian Skiba di Deutsche Bank afferma di avere visitato il quartier generale di Sco e di avere notato che “il kernel 2.4 di Linux è una copia esatta del kernel Sco Unix System V”. Il colosso di Armonk ha successivamente presentato due istanze presso la corte federale per lo stesso motivo: richiedere chiarezza a Sco, non accontentandosi evidentemente della lista di 591 file incriminati già prodotta in quel di Lindon. La richiesta dei sorgenti è implicita: qualsiasi sviluppatore potrebbe utilizzare una diff tra i due sorgenti, se solo Sco si decidesse a renderli pubblici (difficile: l’azienda punta dichiaratamente sui sorgenti chiusi).

Blake Stowell, portavoce di Sco, ha definito questo atto “coercitivo e intimidatorio”. I motivi sono chiari: quelle citate da Ibm sono aziende che credono in Sco (BayStar Capital, ad esempio, ha investito il mese scorso 50 milioni di dollari in Sco). Se comunque di coercizione e di intimidazione si parla, Red Hat (il maggiore vendor di Linux al mondo) ha già ravvisato questi due aspetti nelle comunicazioni di Sco, intentandole causa per pratiche commerciali scorrette. Per chiarire quanto siano esacerbati i toni fra le parti, alla richiesta di Sco di mostrare i sorgenti di Aix (lo Unix proprietario di Ibm, che sarebbe anch’esso illegalmente costruito), Big Blue ha risposto con una lista di oltre 7000 potenziali testimoni a proprio favore: in buona sostanza, i propri dipendenti!

Ibm, inoltre, ha risposto picche alla richiesta di Sco di dare informazioni su quanto Big Blue, o “qualsiasi ente sotto il suo controllo” avrebbe contribuito in termini di codice e tecnologie alla causa di Linux, ivi incluse le modifiche effettuate da “Open Source Development Labs, Linus Torvalds, Red Hat o altre entità”. La motivazione di Big Blue è lapalissiana: richiesta troppo pesante e non direttamente collegata alla causa intentata dall’azienda di Darl McBride. Nel nostro sistema giuridico, si sarebbe parlato di inversione dell’onere della prova; di fronte a una corte statunitense, ciò ha ben poco fondamento. Mentre i legali affilano le proprie armi, la situazione resta quanto mai confusa.

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