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L’open source per lo sviluppo economico

Scritto da Guido Sintoni

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Cronaca di come un hardware vecchio possa diventare una macchina veloce ed efficiente: quasi a costo zero e con tutte le applicazioni necessarie, disponibili in decine di idiomi. E i governi cominciano ad accorgersi delle opportunità
Open source e sviluppo Spesso l’hardware ritenuto obsoleto non è tale per chi ha più fame dell’occidentale medio. E la fame di sapere dei paesi in via di sviluppo è spesso sorprendente, assecondata dalla comunità open source che non solo concorre a realizzare software di qualità, ma lavora anche per favorirne l’impiego oltre i confini della lingua inglese.

La combinazione fra i vantaggi economici dell’impiego di software aperto e i vantaggi dell’impiego esteso di questi software nelle lingue locali rappresenta un notevole aiuto (potenziale) allo sviluppo economico. E i governi di tutto il mondo se stanno accorgendo, puntanto sempre più su questa combinazione.

Parla come me
Nell’open source i progetti di nazionalizzazione (o localizzazione) richiamano una sigla magica: i18n. Nella pratica, i18n significa che l’ambiente grafico Kde è in grado di parlare più di 40 lingue; Gnome lo segue da vicino; OpenOffice si attesta sullo stesso piano (comprendendo menu e dizionari ortografici), e Mozilla guarda tutti dall’alto dei propri 65 file linguistici, con l’obiettivo di arrivare presto a 100. Si tratta di numeri che fanno impallidire anche le grandi realtà commerciali: si pensi che Windows 2000 prevede il supporto a 24 linguaggi; Xp si ferma a 33, e l’ultima versione di Office oltrepassa di poco quota 20.
I progetti di nazionalizzazione non sono prettamente tecnici: coinvolgono chi ha la necessità di avere un sistema operativo o un’applicazione nella propria lingua. Sono ben visti dai governi che incoraggiano l’uso di software a sorgenti aperti, per evitare pericolose dipendenze da fornitori esterni (e stranieri, tanto nella lingua quanto nei capitali), e possono contare sul lavoro di traduzione/localizzazione chiunque abbia un minimo di dimestichezza in ambito informatico.

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La prova pratica: basso costo per un risultato di rilievo
Abbiamo voluto mettere in pratica i nostri “buoni propositi”, trasformando ciò che - secondo i canoni occidentali - è un ferrovecchio: un Pc di ormai cinque anni, con 128 Mbyte di memoria Ram, una Cpu Amd K6-II a 350 Mhz e un hard disk da 6 Gbyte. Qualcosa che, probabilmente, passerebbe di mano a una cinquantina di euro o poco più.

Abbiamo puntato a realizzare una workstation per il lavoro quotidiano, con poche limitazioni. Un occhio di riguardo all’efficienza: il ferrovecchio tornasse a volare, senza costo alcuno. Senza Windows 2000 o Xp: non avrebbe avuto risorse sufficienti per utilizzarli. E, se anche fosse, i costi di licenza sarebbero tali da fare naufragare ogni velleità. Alla fine il nostro ferrovecchio ha ritrovato le ali grazie a FreeBSD 4.9, ma avrebbe potuto benissimo essere Linux (a dire il vero, con qualche limitazione sul piano delle prestazioni) e al lavoro di una comunità non pagata, ma vastissima: quella degli sviluppatori e di chi si occupa di localizzazione.

Risultato sorprendente: con un kernel ridotto e in grado di pilotare il solo hardware effettivamente presente sulla macchina, l’avvio avviene regolarmente in quindici secondi netti. Con la ricompilazione dei sorgenti di sistema in modo da avere a disposizione solo ciò che fosse effettivamente necessario (è quello che in FreeBSD si definisce makeworld, e che in Linux è problematico) abbiamo guadagnato una insospettabile velocità. In poco meno di tre ore, il sistema aveva riguadagnato almeno un paio di generazioni informatiche.
È venuta poi la vera difficoltà: rendere il sistema facile. Una workstation, insomma, versatile ma che - spogliata dell’interfaccia grafica - potesse permettere di sviluppare software. Un’altra giornata ed il sogno è diventato realtà.
Installato il server grafico (il noto XFree, base di tutti gli Unix e gli Unix-like) in pochi minuti, per nazionalizzare l’ambiente grafico (Fluxbox, molto leggero ed efficiente) è bastato un file di configurazione da tre righe. Bene: avevamo un ambiente in grado di non spaventare nessuno. C’era solo da arricchirlo con le applicazioni per l’uso quotidiano, rigorosamente nella nostra lingua.

La via che si è prospettata era duplice: ricorrere alla compilazione dei sorgenti (una procedura che, in FreeBSD, si risolve con l’istruzione make install clean e su Linux con uno sforzo appena maggiore), o all’installazione di binari precompilati (i .tgz di FreeBSD o gli rpm o deb di Linux: nomi differenti per ciò che nel mondo Windows è un file .exe). Abbiamo scelto un approccio misto: pacchetti come OpenOffice avrebbero richiesto giorni di lavoro del sistema, ma altre applicazioni si sono rivelate alla portata del nostro ferrovecchio. E in una sola giornata abbiamo ottenuto il nostro sistema, in grado di rivaleggiare con macchine di ultima generazione.
Il browser Web (Mozilla Firebird) è completo e leggero: l’ideale per i nostri scopi. E, per potere navigare senza limitazioni, l’abbiamo corredato con i plug-in per Java, Flash e Acrobat Reader.
Per la posta elettronica, abbiamo avuto solo l’imbarazzo della scelta: alla fine, abbiamo adottato Sylpheed, dopo averlo dotato di supporto per la firma digitale Gpg.
Una macchina isolata dal mondo Windows? No, assolutamente. Grazie a Samba, il nostro disco è stato visto come una normale cartella condivisa. E, visto che c’eravamo, abbiamo ampliato la sezione server con Apache e Mysql: con il modulo Php, siamo ora in grado di costruire un vero e proprio portale, magari con PhpNuke o PostNuke. Se aggiungiamo che il compilatore C è installato di default e che il plugin Java per Mozilla Firebird fa parte di Java Development Kit, abbiamo tra le mani una macchina con cui realizzare (ed eventualmente distribuire o rivendere) software. L’ultima aggiunta è stata Sendmail: il nostro ferrovecchio da cinquanta euro potrebbe convogliare il traffico di posta dell’intero ufficio in caso di defaillance del costoso server di posta esterno.

Una macchina noiosa e votata solo al lavoro? Non diremmo. La nostra vecchia SoundBlaster 16 ha dato la voce ad un sistema in grado di riprodurre Mp3 (con Xmms, il clone di WinAmp) in maniera fluida, e - udite udite - insieme a una scheda grafica da 8 Mbyte, di visualizzare filmati a pieno schermo con Gmplayer, un riproduttore in grado di ben districarsi anche con formati proprietari Microsoft. E ci siamo divertiti nel fotoritocco con The Gimp, che è qualcosa in più di un “Photoshop dei poveri” (pur senza arrivare agli stessi livelli del citato prodotto, che da solo ha un costo di diversi ordini di grandezza superiore al nostro sistema hardware e software).

Ma questa è anche una macchina per la produttività: OpenOffice 1.1 in italiano è stato installato in pochi minuti, e non ha posto grandi limitazioni all’interscambio con formati Microsoft Office. E - data l’ottimizzazione spinta del sistema (replicabile con un bagaglio di conoscenze tutto sommato modesto) - si è trovato a proprio agio, consentendoci di scrivere questo articolo senza determinare rallentamenti di sorta, e convivendo felicemente con altre applicazioni aperte.

Una macchina senza controllo? Assolutamente no. In un’area di Fluxbox (chiamata slit), faceva bella mostra di sé Gkrellm, un software che, in pochi pixel, dava un completo colpo d’occhio sullo stato del sistema: carico della Cpu, attività del disco, traffico dell’interfaccia di rete, uso della memoria, controlli del mixer e - in maniera spensierata - del riproduttore di Mp3.

Abbiamo ottenuto, in definitiva, una macchina semplice, versatile (un piccolo server multifunzione, vari strumenti di sviluppo in un’anima da workstation) e in grado di parlare perfettamente l’italiano. Tre sole righe ci hanno aperto la porta al lavoro di tutti: la vocazione da poliglotta è confermata dal fatto che, cambiando nel già citato file di configurazione (nel nostro caso .login_conf: abbiamo scelto Bash come shell) i parametri relativi al set di caratteri e alla lingua, può parlare più lingue di un sistema operativo e di applicazioni commerciali. Perché l’inglese, lingua informatica per definizione, non costituisca un vincolo alla voglia di sapere e colmare il gap dal mondo industrializzato di interi popoli.

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