Come ti globalizzo il Pc (che ti piaccia o no)
La produzione dei personal computer si sposta sempre più nei paesi in via di sviluppo, con conseguenze sociali molto pesanti anche per gli occidentali: esiste qualche alternativa sostenibile che freni la cieca corsa tritatutto alla riduzione dei costi?Outsourcing, offshoring… modalità diverse per dire una cosa sola: il lavoro sempre più spesso se ne va dai paesi “sviluppati” e arriva in quelli “in via di sviluppo”. Le aziende riducono i costi e aumentano i profitti, ma non sempre i vantaggi coinvolgono anche i lavoratori.
Nel settore informatico questa tendenza è ancor più accentuata: lo sviluppo del software commerciale ha innescato una spirale irreversibile. Il sistema operativo aumenta le proprie funzioni, quindi richiede più memoria, di conseguenza l’hardware deve soddisfare le crescenti richieste e il ciclo di vita utile di un personal computer diventa brevissimo.
Questo gioco al massacro spinge quindi verso la drastica riduzione dei costi di produzione dei Pc.
Le tre aziende (parliamo di Oem, original equipment manufacturers) che detengono la maggior parte del mercato sono Dell, Hewlett Packard e Ibm. Nel 1990 quasi tutti i loro computer venivano costruiti da dipendenti interni all’azienda: le stime per il 2004 prevedono un livello di esternalizzazione pari al 73 per cento della produzione.
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I motivi sono evidenti: si tratta di riduzione dei costi (quelli della manodopera, innanzitutto) e di maggior flessibilità (crolla la domanda? Non si rinnova il breve contratto all’azienda esterna). L’informatica è diventata in pochi anni il settore “più globalizzato”.
La grandi aziende si servono di produttori a contratto (siamo nel campo dei cosiddetti Ems, electronic manufacturing services) tra cui Flextronics, Solectron, Celestica e Sanmina-Sci il cui fatturato e il conseguente potere globale è cresciuto molto velocemente in pochi anni. Il paese con la più alta concentrazione di questo tipo di imprese è, non a caso, la Cina.
La catena comprende quindi i produttori di componenti, le aziende che li assemblano (generando prodotti finiti o in alcuni casi semilavorati) e le grandi marche che completano, “firmano” e mettono sul mercato i Pc. Solo queste ultime sono “visibili” all’utente finale, ma la maggior parte del lavoro si svolge in aziende che non sono di proprietà Dell, Ibm o Hp e che spesso risiedono in paesi in via di sviluppo.
In Europa o negli Stati Uniti restano per lo più le attività legate alla ricerca, al marketing e alle vendite. Oltre al management, ovvio. Il resto “emigra”, ma il consumatore che acquista un Pc spesso non se ne rende conto.
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Lontano dagli occhi (e quindi anche dal cuore) restano anche le difficili condizioni in cui si trovano a lavorare migliaia di persone: perfino negli Stati Uniti il settore elettronico è sempre stato poco organizzato dal punto di vista sindacale. Robert Noyce, co-fondatore di Intel, ha addirittura dichiarato che «rimanere non sindacalizzati è un punto essenziale per la sopravvivenza della maggior parte delle nostre aziende. Se dovessimo far fronte alle stesse regole delle aziende in cui è presente il sindacato, finiremmo fuori dal mercato».
Lo sfruttamento di lavoratori in paesi in via di sviluppo privi di qualsiasi tutela, risulta quindi ancora più facile e tollerato in nome della competitività. Oltretutto, grazie all’outsourcing, non sono le grandi aziende a macchiarsi di comportamenti poco ortodossi o che violano le convenzioni internazionali sul lavoro: delegando a terzi le attività, le grandi marche “delegano” anche le responsabilità morali e legali che derivano dalla produzione dei loro computer. Esiste una via d’uscita da questo circolo vizioso che riduce i costi incidendo sui diritti umani? Molte voci si levano per chiedere ai governi di vincolare le aziende a determinati parametri di responsabilità sociale. Ma c’è chi propone anche una drastica “frenata” alla volatilità dei personal computer.
Regalare una nuova vita (decisamente dignitosa ed efficiente) a un hardware ormai commercialmente “out” è possibile: basta abbandonare la strada del software commerciale che innesca costose spirali di aggiornamenti e rivolgersi all’open source.
A differenza dell’opinione comune, non si tratta affatto di utopie irrealizzabili: su MyTech abbiamo recentemente pubblicato un esempio pratico.
Governi, pubbliche amministrazioni e scuole cominciano ad accorgersi di queste opportunità preziose che consentono di sganciarsi da fornitori esterni (e spesso stranieri), di evitare la rapida obsolescenza del parco macchine, di risparmiare cifre considerevoli e di ottenere prodotti localizzati nella propria lingua. Gli effetti collaterali sono positivi a livello mondiale, soprattutto in vista della riduzione del digital divide.





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