Proprietà intellettuale: omaggio dell’Europa alle major
L’Ip Rights Enforcement Directive, approvata dal parlamento europeo, anche se non impone agli stati membri di applicare sanzioni sui file swapper individuali, lascia loro un’ampia discrezionalità che potrebbe portare comunque al recepimento delle norme in senso punitivoIl parlamento europeo ha dunque approvato martedì, con 330 voti a favore, 151 contrari e 39 astensioni, la discussa Direttiva sulla tutela dei diritti di proprietà intellettuale. Il provvedimento, che ha lo scopo di armonizzare le normative nazionali relative agli atti di contraffazione e pirateria, riguarda una vasta gamma di prodotti, dalle magliette dei calciatori fino ai videogiochi e alla musica digitale.
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Sono esclusi dalle sanzioni i consumatori che violano la proprietà intellettuale “in buona fede”, per esempio scaricando musica o film da Internet per uso personale, misura quest’ultima, che ha un po’ attenuato l’amarezza di utenti e sostenitori delle “libertà digitali”.
I ministri dell’Unione europea (Ue) dovrebbero firmare il provvedimento oggi; poi gli Stati membri hanno due anni di tempo per recepire la direttiva.
L’approvazione dei due emendamenti non è bastata a fugare i dubbi sulla direttiva espressi negli ultimi mesi dai sostenitori del digital freedom. Secondo gli attivisti, il testo licenziato dai parlamentari soddisfa in gran parte le richieste avanzate dalle major del software, della musica e del cinema. Sia gli attivisti che alcuni membri del parlamento europeo hanno fatto notare il conflitto di interessi della relatrice Fourtou, moglie del chief executive officer di Vivendi Universal, Jean-René Fourtou.
Il punto più discusso è l’applicazione delle sanzioni amministrative ai casi di contraffazione per scopi commerciali, che sembra proteggere da perquisizioni e sequestri gli autori di piccole violazioni del copyright. Molti attivisti digitali, però, ricordano che il recepimento della direttiva lascia un ampio margine di manovra ai singoli stati, i quali potrebbero interpretare la norma in maniera più restrittiva e introdurre addirittura sanzioni penali.
È stato fatto notare, tra l’altro, che il testo appare molto vago: «Il termine commerciale», sostiene Ian Brown, direttore dell’associazione britannica Foundation for Information Policy Rights, «è definito come “qualcosa che crea un vantaggio economico diretto o indiretto”. In base a questo si può sostenere che anche un singolo utente di servizi di file sharing ottiene un vantaggio economico scaricando una canzone».
«La direttiva permetterà alle case discografiche di invadere le case degli utenti di servizi di file sharing», aggiunge Robin Gross, capo di Ip Justice, associazione statunitense per i diritti civili che ha organizzato una mobilitazione contro il provvedimento. Secondo Gross, la direttiva rispecchia i principi introdotti negli Stati Uniti dal Digital Millennium Copyright Act (Dmca), con la differenza che ha un campo di applicazione molto più ampio.
L’attivista fa l’esempio del concetto di diritto all’informazione contenuto nella normativa. In base a questo principio, i provider dovranno fornire i dati degli utenti ai detentori dei diritti che intendono perseguire attività illegali condotte su scala commerciale. Gross fa notare che “simili previsioni sono contenute nel Dmca e hanno originato abusi da parte delle major discografiche”. «La direttiva Ue», aggiunge Gross, «applica tale metodo a tutti i tipi di violazione della proprietà intellettuale, non solo al copyright».
In fase di approvazione il parlamento europeo ha respinto una serie di emendamenti del parlamentare radicale Marco Cappato, volti a rafforzare le garanzie per i consumatori individuali. Secondo il senatore dei Verdi Fiorello Cortiana, comunque, la direttiva un merito ce l’ha: quello di mettere in difficoltà il progetto di legge elaborato nei mesi scorsi dal ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani [e che sarebbe dovuto essere presentato in Consiglio dei Ministri in una delle prossime riunioni], il quale aveva proposto pesanti pene per gli utenti Internet che scaricano musica o film. «Per il resto», aggiunge Cortiana, «pur apprezzando la scelta di lasciare aperta la porta al download per “uso personale”, è una direttiva sbagliata nell’approccio e nel metodo».





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