Sicurezza: Rustock (o Mailbot), un altro rootkit, invisibile o quasi
Viene dalla Russia, si aggrappa al kernel di Windows ed è un’applicazione maligna in grado di nascondere la propria presenza per favorire l’azione di altri codici malintenzionati. Sarà il capostipite di un nuovo filone di minacce?VirusI ricercatori lanciano un grido d’allarme nei confronti di un rootkit che potrebbe aumentare in maniera significativa le difficoltà legate alla rimozione di codice maligno.
Virus e antivirus Mailbot.AZ (ma c’è chi lo chiama anche Backdoor.Rustock.A: come spesso accade, i vendor non utilizzano purtroppo una tassonomia comune) usa tecniche avanzate per non rivelare la propria presenza; per Symantec «può essere considerato il capostipite di una nuova generazione di rootkit».
Nell’analisi della stessa Symantec, Mailbot usa una serie di tecniche consolidate - ma anche di nuove idee - per «essere totalmente invisibile su un Pc infettato». E anche la recente beta di Windows Vista non si salva.
Symantec ritiene che l’origine del rootkit vada ricercato in Russia; tra i commenti al codice dello stesso codice, c’è la promessa del rilascio di nuove versioni.
Dal proprio canto F-Secure, una delle aziende più avanzate sul fronte anti-rootkit, ha aggiornato il proprio scanner BlackLight alla build 2.2.1041, in grado di rilevare la presenza di Mailbot. Ma l’azienda, nelle note di rilascio, avvisa: «Il rootkit usa una funzione di Ntfs (il filesystem di Windows), Alternate Data Streams, per modificare il flusso dei dati rendendone difficile il rilevamento». Mailbot, in fin dei conti, è insidioso perché nasconde qualcosa - i dati in fase di trasferimento - di non immediatamente visibile.
Inoltre, il rootkit non è un processo vero e proprio, ma gira a livello di kernel: in termini più semplici, si lega al cuore del sistema operativo e non alla singola applicazione. E proprio in virtù di questa caratteristica è in grado di alterare parametri caratteristici del kernel stesso e dei driver da quest’ultimo richiamati.
La minaccia esiste, quindi, ma è finora molto settoriale e di livello troppo alto per prevederne una diffusione capillare, almeno a breve termine. Ma c’è già chi - con ovviamente i vendor in prima fila - reputa molto utile, se non necessario, installare un antirootkit sul proprio sistema.





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