Apple: processo all’iPod, duttile e potente
Del resto quando, nell’ottobre 2001, l’istrionico creatore del Macintosh presentò con scenografia hollywoodiana il nuovo nato della famiglia Apple, il mondo aveva altro a cui pensare che a un gadget per ascoltare musica.
Tanto che Jobs cercò di rendere l’iPod più serio, descrivendolo come qualcosa a metà strada fra un sofisticato walkman e un hard disk portatile.
Apple Da allora l’iPod ha cambiato il modo non solo di ascoltare la musica ma anche di produrla, condannando a declino sicuro l’lp e chi lo vende (la storica catena di negozi di dischi Usa Tower Records è la sua prima vittima) e costringendo gli artisti a ragionare non in termini di album ma di singola canzone.
E da quando è nato l’iPod video le reti Usa hanno cominciato a cedere a iTunes i loro telefilm più in voga, da Lost a Desperate housewives, a 1,99 dollari per episodio, senza pubblicità. Un concetto che rivoluziona la logica della produzione televisiva incentrata sulla vendita di spot.
Le vendite stratosferiche (quasi 60 milioni di pezzi: il 70 per cento del mercato dei riproduttori di musica digitali) sono solo un aspetto del fenomeno. L’iPod ha parzialmente cambiato il volto delle città americane.
Secondo Steven Levy, esperto di tecnologia del settimanale Newsweek che ha chiamato The perfect thing il suo libro sull’iPod, appena uscito negli Usa, New York è più silenziosa da quando per strada si aggirano migliaia di alieni con fili bianchi che escono dalle orecchie: membri di un culto che ha poca pazienza per chi non sa cosa voglia dire avere centinaia di cd, di libri, di telefilm sotto il pollice.
Mille canzoni in tasca, aveva infatti detto Jobs ai giornalisti, scettici che l’aggeggio avrebbe avuto un futuro nel clima post 11 settembre e con un prezzo di 399 dollari. Era già un’idea rivoluzionaria. I riproduttori di musica mp3 erano fermi a qualche decina, sull’iPod invece poteva essere scaricata un’intera collezione.
Ma non è stata solo la sua capacità a farne un oggetto di culto. C’è il design, in classico stile Apple: elegante, lineare, senza un pulsante di troppo (Jobs non ha voluto nemmeno il bottone dell’accensione) con quella rotella centrale che rende l’evasione istantanea. E poi il modo in cui sta in mano, così piccolo, compatto. Per i giovani americani incarna l’essenza del «cool». La qualità del suono non è trascurabile.
E poi lo schermo: mostrando uno spaccato del contenuto dell’iPod, può essere un display di snobberia musicale e ha creato una ossessione per la lista di canzoni «giusta». Infine c’è il caos dello shuffle: la funzione di riproduzione dei pezzi in ordine casuale che trasforma l’iPod in una stazione che trasmette solo i propri brani preferiti. Un fenomeno era nato.
Lo dovette ammettere anche Bill Gates al suo primo incontro con l’iPod. Dopo aver fissato la misteriosa scatolina bianca così intensamente da averne quasi assorbito mentalmente la tecnologia, il fondatore della Microsoft era senza fiato. «Sembra un grande prodotto» disse. I consumatori erano d’accordo. In pochi mesi si accaparrarono 140 mila iPod, poi la versione aggiornata e tutte le edizioni speciali.
La valanga era partita e presto avrebbe travolto l’industria discografica. Contro ogni previsione le case si piegarono a vendere a Jobs canzoni singole da offrire a 99 centesimi, mentre gruppi come gli U2 trasferivano su un iPod speciale la loro intera produzione. Qualche mese fa un sedicenne del Michigan è stato premiato per aver fatto il miliardesimo acquisto musicale su iTunes.
Se l’iPod ha restituito al mondo la fiducia nel potere della tecnologia, ha anche risvegliato la paura della sua forza alienante. L’aggeggio, dicono i suoi critici, isola in un mondo privato in cui gli estranei esistono solo come personaggi inconsapevoli di un film muto proiettato dagli auricolari. E altera la percezione della realtà.
Però ha anche un effetto democratizzante. Ora che uno shuffle costa 79 dollari, chiunque può permettersi di fuggire nel suo universo dorato. E con iTunes tutti sono un po’ esperti musicali e un po’ intellettuali.
Oggi che la maggior parte delle radio americane offre «podcast» (registrazioni per iPod: termine entrato nell’uso comune), fra le più scaricate ci sono partite di baseball, ma anche discussioni erudite della National public radio e produzioni fatte in una fattoria del Wisconsin. Per essere virtualmente alla pari con la Bbc basta avere un microfono e una connessione internet.
L’iPod ha reso più accessibili centinaia di volumi a chi non aveva tempo o modo, come gli anziani, di leggere (fra i più ascoltati c’è la biografia di Hillary Clinton).
Il sindaco di New York Michael Bloomberg lo usa per prendere lezioni di spagnolo, George W. Bush per distrarsi in mountain bike, il Papa per ascoltare Beethoven e Chopin, a riprova che forse allora l’iPod non è un oggetto demoniaco. Anche se viene da pensare che solo una forza ultraterrena poteva cambiare il mondo con un etto e mezzo di acciaio e microchip.





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