IBM: “Non apriremo il codice di DB2”
La frase di un dirigente britannico apre il valzer delle ipotesi, ma Big Blue le respinge al mittente. Per quanto tempo ancora?
Nei giorni scorsi, ha destato molto interesse l’ipotesi che IBM potesse aprire i sorgenti di DB2, il proprio database di punta: certo, non c’è mai stato un annuncio ufficiale in materia, ma più di un indizio sembrava suffragare l’ipotesi.
A gettare il sasso nello stagno è stato Chris Livesey, responsabile del software per la gestione di informazioni per la filiale britannica di IBM. Livesey aveva infatti spiegato: “Abbiamo una versione ridotta del prodotto offerta gratuitamente, che costituisce un passo avanti per rivelare la nostra core technology […] Vista la tradizione di IBM in campo open source, la leadership in questo mercato ci preme particolarmente”. A leggerla così, sembra quasi una dichiarazione di intenti: Big Blue è stata tra le prime, se non la primissima, grande potenza informatica a credere nel modello a sorgenti aperti, e il fatto che a spingere sull’open source sia stato a suo tempo Sam Palmisano, che attualmente ricopre le cariche di Chairman, CEO e President, rappresenta un’ulteriore garanzia in tal senso.
Il dado è tratto? Per molti sì, tanto è vero che la notizia non è rimasta confinata a lungo nei media dedicati al mondo open: ben presto se ne sono occupate testate informatiche e non. E ben presto è arrivata la risposta di IBM, con un comunicato che non lascia adito a dubbi: “Non è nei piani di IBM aprire il codice di DB2“. DB2 è, per Gartner, il secondo database al mondo in termini di diffusione: è preceduto da Oracle Database e supera Microsoft SQL Server.
L’acquisto di MySql ad opera di Sun, risalente all’inizio dell’anno, non ha prodotto sul mercato dei database di classe enterprise un terremoto, ma ha rappresentato un segnale: le posizioni non sono cristallizzate. Con il senno di poi IBM, che secondo Gartner ha sopravanzato per l’ultima volta Oracle nel 2003, avrebbe potuto aprire i sorgenti di Informix, un database acquistato nel 2001 per la somma di un miliardo di dollari; evidentemente, sette anni fa i tempi non erano ancora maturi e una simile mossa, oggigiorno, porterebbe agli sviluppatori un prodotto che non ha ricevuto sostanziale sviluppo.
Su queste basi, si può tanto comprendere l’attuale posizione di IBM, quanto l’opportunità di aprire i codici di DB2: d’altronde, Big Blue ha grande esperienza nell’aprire al mondo i propri prodotti (dal database Java Cloudscape al framework di sviluppo Eclipse o alla suite di tipo office Symphony, per dirne alcuni) e nel creare versioni proprietarie di software open source (principalmente quello proveniente da Apache Foundation). Proprio per questo si può ipotizzare che di una versione open source, ipotetica o reale, di DB2 si sentirà parlare ancora a lungo.





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