La lunga strada dell’IT eco-compatibile
Con i costi dell’energia che crescono continuamente, il risparmio energetico non è più un optional per le aziende. L’IT può rappresentare un punto d’inizio
A dispetto dei cambiamenti climatici e dei danni di cui siamo testimoni, la responsabilità ecologica non sembra essere particolarmente sentita nelle aziende italiane. Anche quando si parla dei consumi di energia elettrica, che oltre a essere responsabili delle emissioni di gas serra, rappresentano oggi un forte costo per le aziende.
Secondo Roberta Bigliani, Emea research director di Energy Insights (Idc) in Italia c’è un paradosso: “Il nostro Paese ha una sensibilità sotto la media al problema dei consumi energetici, ma è anche quello con i costi dell’energia più alti. In termini di consapevolezza, ci battono Paesi in cui l’energia costa molto meno che da noi”.
Il problema? “La mia opinione - continua Bigliani - è che nessuno misura i consumi. Non conoscendo il fenomeno, si pensa che non sia rilevante. Anche nelle più grandi realtà d’impresa non si conosce con esattezza dove viene consumata l’energia elettrica. Non mancano per fortuna casi di eccellenza, come St o Finmeccanica, dove la specifica figura professionale dell’energy manager ha sotto controllo i consumi nei punti nevralgici dell’impresa, aggiornati ogni mezz’ora”.
Ma anche quando l’energy manager è presente, non sempre c’è un’azienda efficiente. “Questa figura ha spesso un ruolo molto limitato ed è collocata in basso nella scala gerarchica. Di solito dipende dall’ufficio acquisti o dall’amministrazione e si occupa delle negoziazioni con i fornitori d’energia, ma non ha il mandato e il ruolo istituzionale necessario per influire realmente sulle scelte aziendali che hanno impatto su questioni energetiche”.
Pur significativi, i consumi dell’It - responsabili indirettamente del 2% delle emissioni dei gas serra mondiali - non sono in prima fila tra gli sprechi nelle imprese. “Quelli maggiori riguardano i processi industriali o i sistemi di refrigerazione nella grande distribuzione: aspetti non valutati con l’attenzione che meritano - continua Bigliani -. Il data center è però un ambito in cui è più facile partire, perché è ben delimitato e sottoposto a un unico responsabile: il Cio”.
C’è la necessità di una specifica assunzione di responsabilità da parte delle imprese. “E’ infatti improbabile che un Cio si preoccupi dell’energia se la relativa voce di spesa non è nel suo budget. Nell’ambito business, si comprano sistemi IT per ottenere risultati e non ci si preoccupa di altro. Serve qualcuno che valuti le cose nel loro complesso e cerchi di dare risposte nel modo più efficiente possibile sul fronte dell’energia”.
Per Bigliani, sta positivamente cambiando il livello d’attenzione sul tema, benché manchino gli aiuti. “Il livello professionale degli operatori del settore energia non è molto alto e molte Esco (Energy Service Company) sono poco più che studi professionali e non arrivano a occuparsi dell’efficienza di un data center. La pressione esercitata dal valore economico dell’energia potrà cambiare le cose”.
In occasione della Green It Conference Idc, abbiamo incontrato anche Sverre Jarp, ricercatore al Cern openlab, oggi impegnato nel miglioramento dell’efficienza energetica dei sistemi nel centro ricerche. Gli abbiamo chiesto come si possono ottenere i migliori risultati. “Innanzitutto serve avere un approccio generale che coinvolga tutte le persone rilevanti e che consideri insieme i tre aspetti della scelta dell’hardware, della costruzione del sito e del software”.
Quest’ultimo aspetto, che riguarda applicazioni e virtualizzazione, viene erroneamente trascurato. “Lavoriamo sul nostro software per incrementare l’efficienza e quindi ridurre il consumo energetico. Ci sono casi in cui, con l’ottimizzazione, abbiamo è ottenuto un miglioramento delle performance del 65%. Nel complesso ritengo che ottimizzare il software del data center possa far risparmiare il 30% di energia“, conclude Jarp.





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