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Debian, quindici anni e non sentirli

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Scritto da Guido Sintoni

Il temperamento è quello di molti teenager: senza compromessi, e spesso in grado di mettere in difficoltà l’establishment più conservatore. Debian compie quindici anni e guarda al futuro

Sedici agosto 1993: in un qualsiasi giorno di mezza estate vede la luce ufficialmente il progetto Debian. Il mondo informatico si è già scrollato di dosso l’aura di pionierismo tipica degli anni Ottanta ma è ben lungi dall’avere portato al grande pubblico tecnologie che oggi sono commodity; si è, insomma, nel bel mezzo di quella transizione che, nella seconda metà degli anni Novanta, porterà un numero crescente di persone a collegarsi a Internet da casa e non più dall’università o dai pochi uffici forniti di connessione.

Un giovane finlandese, Linus Torvalds, da quel di Helsinki si lancia da qualche tempo in interminabili diatribe con
il professor Andrew Tanenbaum sulla superiorità del kernel modulare rispetto a quello monolitico. L’humus è fertile e porta alla nascita di un sistema operativo Unix-like che in futuro farà parlare molto di sé: Linux. E poco male che per Torvalds, nell’agosto del 1993, la propria creatura (un kernel, che diverrà stabile solo il 14 marzo 1994) si chiama ancora Freax: ci vorrà l’amministratore del primo server Ftp che darà ospitalità al lavoro di Torvalds, Ari Lemke, perché il nome di Linux sia quello conosciuto oggi.

Debian nasce in questo contesto: punta ad essere un insieme di software attorno a un kernel Linux. In tal senso il progetto è pioniere ma non primo assoluto: il 16 luglio 1993 Patrick Volkerding ha già battezzato la prima distribuzione Linux, chiamandola Slackware.

L’approccio è innovativo, e si rifà al
progetto Gnu della Free Software Foundation: Debian è, sin dalla prima ora, composta soltanto da software libero. Ed è ancor oggi la distribuzione che più tiene vive le rivendicazioni di Richard M. Stallman, quando sostiene che Linux debba chiamarsi Gnu/Linux. Il nome è una crasi di Debra (poi signora Murdock) e Ian, ovvero quello Ian Murdock che, dopo avere fondato Debian, lavora oggi per Sun Microsystems con la carica di Vice President of Developer and Community Marketing.

Debian è stata, ed è ancora, la forza trainante di Linux inteso come sistema operativo libero: in genere, chi sceglie di installare questa distribuzione lo fa anche con una connotazione etico-filosofica e non solo pratica. Ma dal punto di vista pratico Debian è robusta e versatile, guadagnandosi sul campo l’appellativo di sistema operativo (pressoché) universale: gira su undici piattaforme differenti, e vanta repository software sterminati, o quasi. Il sistema di pacchettizzazione, in formato deb, si contende con Rpm di provenienza Red Hat la palma di più semplice ed utilizzato.

Da Debian sono nate nel tempo varie costole, una delle quali - Ubuntu Linux - ha rapidamente guadagnato popolarità, anche a discapito di Debian stessa. Potenza della maggior semplicità, delle iniezioni di capitali di Mark Shuttleworth, a capo di Canonical (che di Ubuntu è sponsor commerciale) e della maggiore evoluzione di Ubuntu. Ma Debian ha due carte da giocare, ora e in futuro: un approccio conservativo che la rende molto stabile e una comunità di sviluppo - rigorosamente su base volontaria - granitica.

Per questo l’adolescente quindicenne di oggi sembra destinato a divenire maturo, senza perdersi per strada. E senza rinnegare - poco ma sicuro - la propria origine e il proprio orientamento: una distribuzione “rivoluzionaria” che dalla prima ora accompagna l’opera di un “Rivoluzionario per caso“.

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