La crisi finanziaria non risparmia nessuno. Nemmeno Google
Da Google a Microsoft, da Ibm ad Apple, ecco quanto perdono (per il momento) i big della tecnologia mondiale dopo il crollo delle borse
Solo qualche mese fa sarebbe stato impensabile. Google che perde quasi metà del suo valore azionario era qualcosa che nemmeno l’analista più pessimista del mondo avrebbe mai preventivato. Nessuno però aveva fatto i calcoli con la crisi finanziaria e con il tracollo delle borse, un terremoto che non solo ha messo al tappeto tutto il settore del credito americano ma ha stravolto gli equilibri dell’economia mondiale. Universo tecnologico compreso.
E allora (quasi) non stupisce scoprire che mentre vi scriviamo le azioni di Google siano quotate a Wall Street meno di 350 dollari, un valore che se paragonato al picco massimo raggiunto dai titoli di Big G prima dell’estate (quasi 600 dollari) si traduce in una perdita del 43%. Se Google piange, le altre stelle del firmamento tecnologico non ridono. Microsoft ha perso nell’ultimo mese il 17%, ma il bilancio è molto più pesante se si considera l’andamento del 2008 (-37,8%), Yahoo il 33% (il 58% rispetto a un anno fa), Nokia il 19% (il 50% rispetto al 2007), Ibm il 20% (il 26% rispetto a questa primavera), Hp il 16%, Cisco il 25%.
E cosa dire di Apple? Anche una delle più fiorenti realtà dell’Olimpo tecnologico deve chinare la testa di fronte al patatrac scatenato dalla bassa finanza americana: se a maggio un’azione della Mela costava 190 dollari, oggi ne bastano 90; 100 dollari ad azione bruciati in meno di sei mesi, una svalutazione che - calcolatrice alla mano - supera il 50%.
Anche i ricchi piangono, verrebbe da dire, ma forse con un occhio solo; corsi e ricorsi storici ci insegnano che spesso è proprio dai momenti di crisi che le grandi compagnie possono trarre i maggiori benefici, magari a scapito dei pesci piccoli. La lapide mostrata da Sequoia Capital (la venture capital che ha finanziato colossi del calibro di Google, Yahoo, Paypal, Electronic Arts, YouTube e Cisco Systems) alle sue start-up è in questo senso emblematica. Only the strong survive, direbbero gli americani o, se preferite la saggezza nostrana, quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. Google, solo per citarne uno, non ha perso tempo e con i recenti annunci ha già fatto capire di avere le idee molto chiare su come risalire la china: aumentare le entrate pubblicitarie. Né più né meno di quello che ha fatto finora e che gli ha permesso di diventare quello che è, il numero uno indiscusso del Web.





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