Wall Street e Nasdaq a picco. Giusto vent’anni fa
Il Black Monday antenato degli attuali sconquassi borsistici? Forse. Di sicuro oggi è il ventunesimo anniversario di un evento che è già storia
Nella seduta del 19 ottobre 1987, l’indice Standard & Poor’s perde il 20,5% passando da 282,79 a 225,06 punti, il Dow Jones Industrial Average crolla del 22,6% da 2246 a 1738 punti, mentre il Nasdaq Composite contiene le perdite - si fa per dire - all‘11%. E’ il giorno dei giorni, in negativo, dell’intera storia borsistica.
Tutti vendono, nessuno compra: è la peggiore flessione che un indice azionario statunitense abbia mai avuto dal 1885 in una sola giornata di contrattazioni. Molto più del 28 ottobre 1929 (S&P -12,34%), ben oltre i venti della Seconda Guerra Mondiale (14 e 21 maggio 1940, rispettivamente -7,47% e 6,64%, a causa dell’invasione tedesca in Francia): tra i motivi del crollo, l’uso indiscriminato dei primi programmi informatici per il trading. Che finiscono ben presto per controllare i mercati e a stabilire i prezzi più di quanto lo facciano le decisioni degli investitori.
Nei giorni a venire, il Dow Jones - fedele specchio di un anno in cui gli indici si rivelano quanto mai volatili - riprende quota: +5,88% il 20 ottobre e +10,15% il 21 ottobre. Le perdite sono ingenti ma non catastrofiche: sullo sfondo, l’intervento congiunto delle Banche Centrali, che impediscono al segnale forte del 19 ottobre di provocare un’ondata di fallimenti tali da mandare in crisi l’intero sistema finanziario internazionale.
Ventuno anni dopo se ne dibatte ancora: così come allora, i titoli tecnologici cadono ma il loro fragore è attutito dal tonfo di nomi ancor più altisonanti. Il Nasdaq sta male, ma c’è chi sta peggio. E ce n’è abbastanza per riesumare il verismo di Federico De Roberto: “La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi”. Non che i mercati, a ben vedere, siano cambiati più di tanto.





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