Il successo dell’open source? Questione di business
Gli analisti di Saugatuck Technology sottolineano in un report (a pagamento) come il modello di sviluppo aperto sia ormai parte integrante delle strategie di molti vendor. E come sia conveniente adottarlo
Il successo del software open source è dovuto alla sua rapida implementazione e al suo veloce approdo al mercato, non al fascino del modello di sviluppo aperto: lo sostengono gli autori del report pubblicato da Saugatuck Technology, azienda che si occupa di consulenza strategica. Il documento è intitolato “Potenza, velocità e assimilazione: l’open source cambia l’azienda, e l’azienda cambia l’open source”: l’abstract è gratuito e accessibile previa registrazione al sito Web, mentre il report in sé costa 1295 dollari, al cambio poco più di 900 euro.
La popolarità e il successo dell’open source deriverebbe dal coinvolgimento sempre più massiccio dei vendor; la conseguenza è che il modello di sviluppo sarebbe sempre meno guidato dagli sviluppatori, diciamo orientato al progetto, e sempre più focalizzato al prodotto, da sviluppare sotto il controllo commerciale di aziende specifiche.
“E’ corretto dire che il software open source non è ciò che chiunque pensa che sia o possa essere. - ha commentato Bruce Guptill, Managing Director di Saugatuck e coautore del report - Il coinvolgimento commerciale dell’open source ha accelerato la sua adozione e cambiato le percezioni dei dirigenti IT e dell’intera industria del software al riguardo”. Insomma, lo sviluppo aperto non fa più paura: ma impone - così almeno sostiene il report - un nuovo metro valutativo.
“La realtà attuale prevede che la maggior parte del software open source provenga da comunità di sviluppo attentamente strutturate e ben gestite - sottolinea un passo del report - create principalmente dai vendor. E alcune delle aziende più influenti in questo ambito sono le stesse da cui si comprano oggigiorno soluzioni mission critical: IBM, Microsoft, Oracle, Sap e Sun, tra gli altri”.
Anche Microsoft? Beh, che la guerra fredda tra Big M e il software aperto (non quello libero: per quest’ultimo il discorso è nettamente diverso, e - bisticcio di parole a parte - è proprio questa diversità ad esserne fiore all’occhiello nonché fattore distintivo primario) sia finita da tempo è cosa nota. Ma il fatto che debba essere annoverata tra i paladini dell’open source, beh, potrebbe essere una forzatura. Tuttavia, per gli autori del report, è più sintomo che causa: Microsoft e gli altri hanno dovuto integrare alcuni elementi open source nel proprio ambiente perché è stato il mercato a chiedere così. Come a dire, l’open source è ineluttabile, ma anche (e soprattutto), conveniente.





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