Il cellulare ha un cuore di spinacio
Mentre Smau celebra l’hi-tech, altrove si pensa di mettere gli ortaggi nei telefoni e nei PdaIl Mit ha messo a punto una batteria per cellulari e dispositivi elettronici che funziona a spinaci. In verità la pila di Braccio di Ferro usa la fotosintesi per dare energia, ma tutto ruota attorno alla verdura: per meglio dire, attorno a una proteina complessa che si chiama Photosystem I, derivata dai cloroplasti degli spinaci (i cloroplasti sono gli organi cellulari con cui le piante trasformano il l’anidride carbonica in zuccheri sfruttando l’energia del sole).
Gli scienziati del Massachusset hanno scoperto che la proteina può funzionare come una microscopica cella solare, talmente piccola che la punta di uno spillo potrebbe ospitarne 100 mila.
D’altronde, come il marinaio dei fumetti sa da più di settant’anni, le piante sono molto efficienti nel trasformare l’energia del sole, e gli spinaci sono dei veri campioni in questo campo. Nessuna sorpresa dunque che per gli esperimenti ci si è rivolti a questo particolare ortaggio.
Il problema era integrare la natura biologica della proteina con il silicio dei circuiti integrati. Bisognava inventarsi una specie di cyborg vegetale, un ibrido da fantascienza metà macchina e metà verdura. Il primo problema è che le proteine per vivere hanno bisogno di sale e di acqua, due sostanze che non vanno per niente d’accordo con i circuiti elettronici, come ben sappiamo noi che siamo riusciti a fare il bagno in mare col cellulare nella tasca del costume.
Tutti i modelli Un sandwich allo spinacio
Per riuscire a creare il micro-frankenstein, gli scienziati hanno centrifugato delle banalissime foglie di spinaci per estrarre le proteine dalle cellule vegetali fino ad ottenere delle matassine verdi che profumano di fieno appena tagliato. Successivamente, sfruttando un particolare peptide (i peptidi sono i frammenti di amminoacidi che costituiscono le proteine, come fossero i mattoncini del Lego) che funziona un po’ come il sapone, le matassine sono state purificate e protette. In più, i peptidi trattengono un po’ di umidità in modo che le proteine dello spinacio possano resistere per qualche settimana senz’acqua.
A questo punto, si è potuto costruire il “sandwich allo spinacio”: un primo strato di vetro trasparente ricoperto da una pellicola conduttrice di elettricità, poi una sottilissima foglia d’oro che aiuta il processo di sintesi clorofilliana.
Si deposita quindi un sottile strato di proteine trattate coi peptidi, lo si protegge con uno strato di materiale isolante e una lamina di metallo. La pila è bell’e pronta, e basta un po’ di luce per avere corrente. Per ora lo spinacio elettrico riesce a convertire in elettricità il 12% dell’energia che riceve; un bel risultato, ma gli scienziati pensano che si possa facilmente arrivare a una straordinaria efficienza del 20%, impilando più celle l’una sull’altra o magari assemblandole in geometrie complesse.
Per ora il tutto è sperimentale, ma chissà, nel prossimo futuro il nostro telefonino potrebbe avere di serie un cuoricino verde.





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