Urban Resolve, il wargame fa (fin troppo) sul serio
Un videogioco? Sì, ma non un gioco da ragazzi. Questa è roba da professionisti (del conflitto)Chiariamolo subito: Urban Resolve è sì un videogioco di strategia bellica, ma è anche un prodotto assolutamente fuori ordinanza. Intanto è stato ideato e realizzato non già da una delle tante software house specializzate, bensì dal ministero americano della Difesa, per mano di una sua divisione che si chiama JFCom, Joint Forces Command.
Secondo: è un war game del tutto sui generis anche dal punto di vista dei suoi destinatari. Costoro non sono gli appassionati delle simulazioni che finora hanno potuto trovare soddisfazione nei titoli tipo Command & Conquer e similia, quanto piuttosto gli stessi membri delle forze militari, nella fattispecie quelle americane. Al momento nulla si sa circa la possibilità di realizzare e commercializzare una versione destinata al videogiocatore di tutti i giorni.
Nulla di nuovo - fin qui parrebbe - poiché abitudine ormai ben consolidata per gli uomini della guerra d’oltreoceano quella di sperimentare le strategie militari sulla carta - pardon, sullo schermo - prima di arrivare a fare sul serio.
Mai prima d’ora, tuttavia, si era avuta notizia di un investimento in tal senso così massiccio come in questo caso. Né tantomeno le simulazioni computerizzate circolate fino a questo momento sono risultate così sofisticate e in grado di percorrere una scala di vicinanza alla realtà così tanto inclinata.
Terzo aspetto: la dinamica di gioco. Il war game pone al centro due schieramenti militari contrapposti, che guerreggiano tra loro in un ipotetico contesto urbano - non molto dissimile da quello iracheno - con l’obiettivo di assumere il controllo dei centri nevralgici del territorio e sconfiggere l’avversario.
Giochi e giochi
L’intelligenza artificiale è stata qui impegnata in dosi massicce, permettendo l’interazione tra milioni di entità e parametri differenti, dal singolo militare all’imprevisto meteorologico che può cambiare drasticamente le sorti di un conflitto.
Il risultato è che ognuno dei personaggi coinvolti nelle operazioni di guerra è in grado di apprendere dalle proprie esperienze sul campo, confrontare il know how acquisito con le condizioni ambientali e agire (e interagire) in via autonoma entro il margine di iniziativa concesso dal proprio status gerarchico.
I pochi che hanno avuto modo di oltrepassare i confini di riservatezza dietro cui l’iniziativa è trincerata hanno descritto il war game come un mix tra un dettagliatissimo “Risiko” e il realismo di The Sims, che perdipiù necessita alle sue spalle di un’infrastruttura tecnologica degna di un supercomputer della Top500, la graduatoria degli elaboratori più potenti al mondo.
Le forze militari tra cui Urban Resolve circola attualmente a scopi di sperimentazione si appoggiano infatti a un sistema che fa uso della potenza di calcolo di due supercomputer governati dal sistema operativo Linux, dislocati rispettivamente presso l’High Performance Computing Center di Maui, alle isole Hawaii, e alla base Wright-Patterson Air Force che ha sede nello Stato dell’Ohio.
Assimilabili per alcuni versi al war game in questione ci sono per esempio “America’s Army“, il videogioco all’incrocio tra l’entertainment puro e la strategia militare di cui abbiamo parlato lo scorso anno in ” questo articolo, o “Full Spectrum Warrior”, versione commerciale di uno dei simulatori più utilizzati dall’esercito Usa.





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