P2p, scende in campo la Corte suprema. Forse
Un’iniziativa di ampio respiro contro le recenti sentenze sul file sharingI legittimi proprietari di alcuni fra i più noti e utilizzati servizi di file sharing e le grandi lobby del disco e del cinema, appoggiate per l’occasione da un variegato fronte associazionista, sono di nuovo ai ferri corti.
Una varietà di diversi soggetti - legati all’editoria, alla musica, ai sindacati hollywoodiani o al panorama del basket e del baseball (!) - ha firmato una petizione indirizzata direttamente alla Corte suprema Usa. Lo scopo è di sollecitare un definitivo pronunciamento della Corte medesima circa le responsabilità oggettive di Grokster, Streamcast & Co. sulle operazioni condotte grazie ai loro sistemi peer-to-peer.
Casus belli alcune sentenze con cui una serie di tribunali locali (ad agosto è stata la volta della Corte d’appello di San Francisco) ha equiparato i servizi P2p “ai videoregistratori o alle fotocopiatrici”. Essi possono infatti essere utilizzati “per aggirare le norme sul copyright”, ma il controllo su questo tipo di utilizzo truffaldino non può certo spettare ai loro produttori.
Musica, swapping e denaro Il ragionamento non fa una grinza, si direbbe: la pensano invece in maniera completamente opposta i 20 artisti, 30 associazioni professionali e 40 avvocati impegnati a contestare il pronunciamento presso il massimo organismo giuridico Usa.
Una procedura avversata nettamente da Streamcast e dagli alleati della Electronic frontier foundation, secondo i quali la decisione ultima in materia di diritto alla copia dovrebbe spettare al Congresso, che attualmente “sta considerando se e come modificare le leggi sul copyright per indirizzare le sfide e le opportunità create dalle nuove tecnologie Internet, fra le quali la condivisione peer to peer dei file“.
In attesa che la vicenda si chiarisca (magari una volta per tutte), Motion picture association of America o Mpaa si unisce con favore alla comitiva della tolleranza zero.
La confindustria dei produttori sospetta infatti che il traffico illegale di film in Rete stia aumentando e ha perciò deciso di seguire le orme della sua omologa a sette note, Riaa.
Data perciò a pochi giorni fa la notizia dei primi 200 procedimenti legali avviati contro altrettanti cinefili in odore di reato. Resta a tutt’oggi da stabilire la reale utilità di questo e di altri provvedimenti consimili. Un’utilità che il caso Grokster-Streamcast sembrerebbe porre fortemente in discussione.





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