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P2P, l’ora delle divisioni corazzate

Scritto da Roberto Carminati

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L’uso dei servizi peer-to-peer in crescita del 28% nel corso del 2004 Musica dalla rete
Toh, guarda chi si vede. Mentre le fazioni in lotta - fan del peer-to-peer da un lato, industria disco-cinematografica dall’altro - si preparano all’udienza di fine marzo di fronte alla Corte suprema degli Stati Uniti, Riaa e Mpaa mietono consensi.
Scendono in campo al loro fianco alcune organizzazioni cristiane fondamentaliste già impegnate nel supporto alla campagna elettorale di Mr. George W. Bush.
Fra queste, Christian coalition - convinta che la vittoria su Kerry abbia coinciso con il trionfo sulle “ideologie, la depravazione e la secolarizzazione (sic) promosse dai liberal” - e Morality in media, accolita di buontemponi che vanta fra i suoi bersagli artisti quali Evanescence (rei di “profanazione”, nientemeno) e Kid Rock (linguaggio scurrile, ammiccamenti sessuali, utilizzo improprio a mo’ di poncho del vessillo a stelle e strisce).

Technomelody Il dibattito giudiziario parte dal riesame del cosiddetto Betamax act (1984) per allargarsi alle responsabilità delle software company come Grokster e Streamcast sullo scambio irregolare di materiali video-musicali, ma l’entrata in scena della destra puritana aprirà la strada a temi e suggestioni diversi.
L’associazionismo ultrà intende infatti mostrare come i siti di file sharing - che sentenze recenti hanno sgravato dai compiti di sorveglianza sulle attività degli utenti - siano l’humus privilegiato per la proliferazione di materiali osceni e pericolosi per l’infanzia.
Recording Industry e Motion Picture Association incassano inoltre il sostegno di Business Software Alliance e del vice procuratore generale degli Stati Uniti. Il rappresentante del governo presso il massimo organismo giuridico Usa avrebbe infatti espresso opinioni positive circa le istanze anti-P2P sin qui presentate, dichiarandosi - chi l’avrebbe mai detto? - d’accordo con le tesi dell’industria.

L’esito della battaglia non è comunque scontato, ma al di là della pirateria diffusa, le major e i loro aficionado farebbero a nostro avviso meglio a curarsi (anche) d’altro.
Per esempio, di come i dati attribuiscano a servizi di gran voga quali iTunes risultati reali assai meno esaltanti di quel che è parso sin qui. Il Ceo di Big Champagne (una società di Web metric) Eric Garland ha considerato i 10 milioni di iPod venduti dal 2001 e i 230 milioni di pezzi scaricati dal sito a partire dal 2003. Numeri all’apparenza spaventosi, ma traducibili in realtà “in 23 canzoni per ogni possessore di iPod, ovvero secondo Garland, in “nulla di straordinario”.
Più straordinari - perquisizioni, denunce (7.700 negli States quelle firmate dalla sola Riaa) e sequestri a parte - i numeri dei servizi alternativi, che Garland segnala in crescita del 28% nel corso del 2004: il pubblico pagante avrebbe comprato lo scorso anno circa 200 milioni di brani, contro i 13 miliardi (miliardi) che hanno viaggiato gratis sulle autostrade digitali di Kazaa & co.

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