P2P: la Corte suprema dà ragione all’industria
Sono state ribaltate le sentenze emesse da due tribunali minori sulle attività di Grokster & Co. Nessuna conseguenza immediata, ma un bel colpo agli swapper_P2P fra suoni e immagini_Tutte le news di oggi.:FOTONOTIZIE DAL MONDO.:LA PHOTOGALLERY DEI LETTORI
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Il “Betamax act” del 1984, sul quale avevano basato parte della propria strategia di difesa i partigiani del libero file sharing, non si tocca. Ai tempi della storica sentenza, però, Sony riuscì a dimostrare che l’uso dei suoi videoregistratori non sarebbe entrato in conflitto con le normative sul copyright e che le violazioni della legge non sarebbero comunque dipese dalla sua volontà o da un suo incoraggiamento.
Per la Corte suprema degli Stati Uniti, che ha rispedito ieri al mittente le sentenze assolutorie dei software Streamcast e Grokster formulate da due tribunali minori, la casistica non è applicabile al file sharing, dove l’incitamento all’illegalità sarebbe generalizzato, solo parzialmente mitigato da qualche caso di sfruttamento legale.
Sound & vision
Riprendendo un vocabolario caro agli oltranzisti del diritto d’autore, il rappresentante dell’Alta corte David Souter - un fedelissimo del signor George Walker Bush - ha infatti puntato l’indice contro il ruolo attivo dei programmi citati (e dei nodi telematici che ne esaltano le potenzialità) nell’indurre al mancato rispetto del copyright, anche nel quadro della sentenza Betamax.
Accolta ovviamente dal giubilo dell’industria, la decisione dei Supreme non avrà effetti immediati sulle attività dei luoghi virtuali di scambio, ma impone alle aule minori una nuova discussione del caso, in base ai principi fissati.
Stando alle informazioni filtrate in materia, nessuno sembra granché preoccupato dell’allusione al “favoreggiamento” che ispirava il più che controverso “Induce act”, un progetto che tendeva a bollare come fuorilegge (o potenziali tali) anche supporti quali i lettori Mp3. La realtà è che i margini di ambiguità in proposito parrebbero sussistere, eccome, anche se è chiaro che dalla parte dei player stanno gli interessi delle grandi marche, ben più potenti e capaci di fare lobbying che non gli ideatori, i difensori, gli utenti dello sharing. L’altra impressione dominante è che la vicenda P2p sia tutt’altro che conclusa, Corte suprema o no.
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