Pandora.com & Co.: il dilemma delle webradio
Il grande pubblico si è accorto di questo problema in due momenti: un primo momento alcuni mesi fa, con quello che sembrava un grido disperato di tante piccole webradio a rischio di chiusura; una seconda fase a maggio 2007 quando Pandora.com ha deciso di limitare il proprio servizio ai soli utenti residenti negli Stati Uniti.>Musica digitaleLa regolamentazione del webcasting - cominciata a livello internazionale tra il 2001 e il 2004 in seno all’Ifpi, che riunisce le associazioni di discografici di tutto il mondo - è ancora incompleta, e quello che è in ballo da alcuni mesi (negli Stati Uniti) è il rinnovo delle licenze con annesso aumento delle royalty da pagare ai detentori di copyright. E poi c’è il problema della non uniformità delle norme nei diversi paesi del mondo (l’aspetto che sembra aver maggiormente colpito Pandora).
Ovvio che si presentino - come in tutti i casi analoghi - le due facce della medaglia: da una parte i titolari di copyright che esigono quello che ritengono un giusto pagamento di diritti per lo sfruttamento delle loro opere; dall’altra, consumatori che non vogliono vedersi privati di servizi, magari a causa di quelle che reputano solo esose “tasse”, delle quali non vedono o non comprendono del tutto l’utilità.
Quante volte abbiamo sentito fare questo tipo di discorso, anche in merito alla nostrana Siae?
In Italia, oltre ai diritti d’autore da versare proprio alla Siae - che dispone di licenze apposite per le web radio, una licenza per il webcasting è stata approntata da alcuni anni da Scf (società di “collecting” che gestisce diritti discografici) per coprire oltre ai diritti d’autore i cosiddetti “diritti connessi” spettanti al produttore e all’interprete e legati all’uso del supporto.
In mancanza di un sistema uniforme in questo settore, Pandora, fondata nel 2000 dal compositore e produttore Tim Westergren, per regolarizzarsi avrebbe avuto bisogno di una miriade di accordi in paesi diversi. Meglio “tagliare” il servizio (peraltro originale perché basato su selezione e “scoperta” di nuova musica in base a suggerimenti personalizzati grazie al “Music Genome Project“), dunque, e riaprire gradualmente ogni volta che si è raggiunto un accordo in un determinato territorio. O sperare nel prossimo arrivo di una licenza internazionale, che peraltro è stato annunciato a fine aprile proprio dall’Ifpi.
Intanto, negli Stati Uniti, dopo un dibattito durato diversi mesi, il 2 marzo 2007 ha segnato la data in cui il Crb (Copyright Royalty Board) ha fissato le nuove tariffe per le licenze di webcasting per il periodo 2006-2007. Il 1 maggio è arrivata una ulteriore delibera del Crb. Per enti come SoundExchange - equivalente della nostrana SCF per il settore delle radio online - che rappresentano gli aventi diritto, a questo punto la partita sarebbe chiusa.
Il Congresso, però, sta “rimescolando le carte” con l’Internet Radio Equality Act, che riduce le tariffe, venendo incontro - apparentemente - a piccoli webaster e consumatori, che di certo ne trarrebbero beneficio.
C’è un’altra verità da non trascurare, però: la nuova normativa - che non ha un particolare colore politico in quanto introdotta da due deputati, un democratico e un repubblicano - sarebbe un gigantesco regalo ai grandi webcaster commerciali, che vedrebbero così nei propri bilanci un corposo risparmio, calcolato in almeno un centinaio di milioni di dollari in pochissimi anni. SoundExchange segnala nei propri comunicati stampa alcuni nomi dei beneficiari del provvedimento: Aol, Yahoo, Clear Channel, Microsoft. I piccoli webcaster rappresentano infatti solo il 2% delle royalty versate nell’anno 2006.
Tralasciando altre problematiche come per esempio l’ambigua presenza di Time Warner su entrambi i fronti (è webcaster commerciale come Aol ma anche avente diritto come Warner!) va notato un altro particolare curioso: secondo SoundExchange, dietro la SaveNetRadio Coalition che sta facendo campagna sul Web contro l’aumento delle royalty ci sarebbero in realtà i grandi webcaster, interessati più che altro a risparmiare quanti più soldi possibile.
Sorpresi? La battaglia del webcasting - che quindi è tutt’altro che facile da sbrogliare e presenta numerose “zone grigie” - continua; si può solo sperare che venga adottato prima possibile il sistema di licenze internazionali e che al momento di stabilire delle tariffe si tenga conto dei “due pesi e due misure” (grandi webcaster commerciali e piccole strutture/webradio indipendenti e magari no-profit) nell’applicare questo strumento.
D’altra parte, anche nel mondo di radio e tv tradizionali, sono i grandi network - in quanto grandi utilizzatori - a sborsare di più…





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