Gentili utenti vi informiamo che il team di MyTech si è spostato sul canale Hitech & Scienza di Panorama.it

      non hai uno username? regìstrati   /   recupera la password

apple / google / microsoft

Peer to peer: nuove denunce italiane in vista

Scritto da Giulio Boresa

Il caso Peppermint sta facendo storia, in Italia: altri casi simili incombono all’orizzonte, per utenti di Telecom Italia, Tiscali e Wind. È quanto si apprende in questi giorni, grazie alle indagini di Altroconsumo e alle dichiarazioni del Garante della Privacy.
Musica digitale Si è cominciato con quasi 4.000 lettere con cui Peppermint chiede 330 euro di risarcimento a utenti di Telecom Italia, colti a condividere file di questa piccola azienda discografica tedesca. Gli utenti sono stati identificati tramite un software della svizzera Logistep (che Peppermint ha usato su reti peer to peer) e con una sentenza del Tribunale di Roma. Il quale ha costretto Telecom Italia a rivelare l’identità degli utenti sulla base dell’Ip e altri dati rilevati da Peppermint.

Si scopre ora che questo era solo l’inizio: presso il Tribunale di Roma sono stati depositati tre analoghi procedimenti cautelari, per scoprire l’identità di utenti di Telecom, Tiscali e Wind. Uno da parte ancora di Peppermint e due dell’azienda polacca di videogiochi Techland. Se il Tribunale, anche in questo caso, darà ragione a Peppermint, bisogna aspettarsi altre lettere di risarcimento che arriveranno a utenti italiani.

Sono i primi casi del genere in Italia: finora l’industria discografica ha evitato di chiedere risarcimenti, da noi, ed è passata direttamente a denunciare l’utente. Peppermint invece promette di non denunciarlo, se questi paga e cancella i file incriminati.

Ci sono però due problemi da considerare. Il primo è che da noi, a differenza che in altri Paesi, questo è un reato perseguibile d’ufficio da parte dei pubblici ministeri (senza bisogno di denuncia di parte). Significa che pagare Peppermint non mette in salvo l’utente da un rischio, che resta in piedi per i prossimi cinque anni: di essere chiamato sul banco degli imputati, in tribunale, su azione del pm. È quanto evidenziato sia dall’avvocato Andrea Monti (esperto di diritto informatico e ora difensore di uno di quei 4.000 mila utenti) e da Altroconsumo.

La seconda questione da considerare, che potrebbe sparigliare le carte, è l’intervento del Garante della Privacy. Ha deciso di costituirsi in giudizio per tutti i nuovi casi di questo tipo, consegnando al Tribunale la propria valutazione. Dirà insomma, nei prossimi giorni, se quanto fatto da Peppermint abbia violato o no la privacy degli utenti. È un elemento che potrebbe cambiare l’equilibrio delle forze in campo, per questo motivo sono in molti ad aspettare con ansia ora il parere del Garante.

Va detto, in ogni caso, che chi decidesse di non pagare Peppermint rischia sì l’eventuale denuncia e quindi il sequestro del computer e il processo; il quale però avrebbe esiti aperti, perché le prove raccolte finora da Peppermint sono una perizia di parte, non provate oggettivamente e per di più molto volatili (gli utenti possono avere già eliminato in modo sicuro quei file dal proprio computer).

Commenti   (Inserisci un commento)

Ancora nessun commento.

Effettua il login