Retrogaming: trent’anni fa nasceva Space Invaders
Un cannone laser, quattro bunker, cinquantacinque invasori e una nave del mistero. Il famoso videogioco compie trent’anni, ma non è finito nel dimenticatoio
Un anniversario che fa sentire un po’ più anziano chi è ancora giovane e che riporta con la mente a interminabili pomeriggi passati in sala giochi, ad inserire monete da duecento lire in una fessura che spesso poteva essere ingannata, facendo durare il divertimento più del previsto. Space Invaders compie trent‘anni, e non è solo uno degli esempi più lampanti di retrogaming: è una storia, la testimonianza di un’epoca, un percorso di crescita per molti adulti di oggi.
Space Invaders è un gioco semplice: lo scopo è quello di abbattere gli invasori alieni con un cannone laser. Nasce sul finire degli anni Settanta per mano del giapponese Tomohiro Nishikado, ingegnere presso la Taito, che già nel 1972 aveva realizzato ‘Soccer‘, il primo videogioco arcade realizzato nella terra del Sol Levante. Con un’esperienza di circa una decina di progetti alle spalle, Nishikado si mette al lavoro su Space Invaders nel 1977. Ed è boom, in tutti i sensi.
Le fonti di ispirazione di Nishikado sono chiare: un po’ Breakout, un po’ Guerre Stellari, un po’ la Guerra dei Mondi lo portano a mettere su schermo la minaccia aliena. Con un bel po’ di limitazioni imposte dalla tecnologia dell’epoca: in origine Space Invaders dovrebbe rappresentare aerei invasori, ma le Cpu Intel 8080 (8 bit e 2 Mhz di clock!) non avrebbero garantito una sufficiente fluidità. Sul fronte opposto, sarebbe più facile visualizzare delle figure umane, ma Nishikado decide che visualizzarne l’uccisione è immorale e ripiega su altro.
La versione definitiva debutta il 16 giugno 1978: presenta cinque file composte da undici alieni ciascuna - ma alcune versioni vengono in seguito modificate - che si muovono in orizzontale e scendono verso il cannone laser del giocatore. All’aumentare degli alieni abbattuti, cresce la velocità dei superstiti e il ritmo della musica in sottofondo; le poche varianti sul tema prevedono una Nave del Mistero che a volte compare sulla sommità dello schermo e garantisce un punteggio addizionale quando colpita, e la protezione del laser da parte di alcuni bunker difensivi, gradualmente distrutti dal fuoco nemico. Il gioco termina quando gli alieni raggiungono la base dello schermo: sono loro a vincere in qualsiasi caso, visto che non esiste un finale alternativo.
È solo una questione di tempo, ma soprattutto di tre lettere. Nishikado, infatti, prevede la possibilità, per i giocatori, di firmare il proprio high-score. Pazienza se gli attuali screenshot da inviare per posta elettronica o i filmati da pubblicare su YouTube senza interrompere il gioco sembrano provenire letteralmente da un altro pianeta: i quarantenni (e più) di oggi sono stati i primi a provare con mano la gratificazione di vedere la propria sigla in cima alla lista dei migliori giocatori. Intuizione del programmatore? Cultura giapponese che diffonde a piene mani il concetto di pubblica gloria e onore per il risultato conseguito? Certo. Ma dietro questa intuizione - con il senno di poi felicissima - c’è anche la consulenza di un gruppo di psicologi al servizio della Taito.
Tra il 1979 e il 1980 Space Invaders esce in Italia, commercializzato da Sidam con il nome di Invasion, e negli Stati Uniti, distribuito da Atari e Nintendo. Balla da protagonista per poco, ma resiste per decenni; arriva a ispirare cloni e addirittura un film. E inventa un genere, lo Shoot’em up, che ancora oggi è in cima alle classifiche di vendita. Non male per un nonnetto (di soli trent‘anni). Per celebrarne il compleanno perché non compiere un salto nel passato e fare una partita online?





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