Copyright & dintorni: Capitol contro Thomas e il P2P, un caso ancora aperto
Che succederà dopo la sentenza del giudice Davis che ha di fatto sospeso la megamulta a Jammie Thomas, ma non ha comunque messo la parola fine alla vicenda?
Se nel caso di Jammie Thomas - la giovane donna multata per una cifra esorbitante per aver condiviso alcuni file musicali tramite Kazaa - per ora i discografici sembrerebbero sconfitti, va detto che ci sono alcuni elementi interessanti nella sentenza del giudice Michael J.Davis che meritano sicuramente un’analisi più approfondita.
Davis (giudice della Corte Distrettuale del Minnesota) non ha solo “annullato” la multa ma ha soprattutto affermato la necessità di un nuovo processo e chiesto al Congresso di introdurre cambiamenti alla legge vigente.
Il giudice ha ritenuto che a causa di un errore della Corte stessa (il testo parla di “manifest error of law“) nel trasmettere le informazioni alla giuria, il giudizio possa essere stato viziato. Si tratta dell’Istruzione n.15: il punto in cui il giudice aveva ritenuto inizialmente sufficiente la condivisione dei file per avere una violazione di copyright.
Quanto alla fondamentale differenza tra la condivisione di un file e l’effettivo download dello stesso da parte di qualcun altro, principio importante affermato da Davis in sentenza e motivo principale del nuovo processo, va notato che gli “investigatori” online assoldati dalla RIAA normalmente fanno dei download dalle cartelle condivise, per raccogliere prove. Ma questo potrebbe valere ben poco nel nuovo processo: non essendo detective privati con regolare licenza, di recente in diversi stati americani è stata messa persino in dubbio la validità del loro operato.
In merito all’entità della multa, Davis afferma: “Se la Corte accetta l’affermazione della parte attrice che, complessivamente, il download illegale abbia effetti di vasta portata sui suoi affari, la sanzione comminata per danni in questo caso è del tutto sproporzionata rispetto ai danni subiti dalla parte attrice”.
L’importo di 222.000 dollari non è inventato di sana pianta: la legge americana in tema di copyright stabilisce un massimo di 150.000 dollari per singola opera. Taluni giurati sembravano essersi orientati verso questo importo, non sapendo che persino in un caso storico come quello di Universal contro il vecchio Mp3.com si arrivò ad un massimo di 25.000 dollari a pezzo. E quello era davvero un caso limite. Alla fine, se non altro, con Jammie Thomas i giurati si erano orientati su una cifra addirittura bassa rispetto a quello che la legge consentirebbe.
Ma, continua Davis: “Thomas ha presumibilmente violato i copyright di 24 canzoni: l’equivalente di circa tre CD, che costano meno di 54 dollari, eppure i danni totali ammontano a 222.000 dollari - oltre 500 volte il costo dell’acquisto di 24 CD completi e più di 4.000 volte il costo di tre CD”. Come dire: se anche avessimo voluto multarla di 100 volte il valore individuato dal giudice (i 54 dollari di cui sopra) saremmo giunti a una sanzione tutto sommato pesante ma allo stesso tempo contenuta, 5400 dollari, ben lontana dall’assurdità stabilita in base alle leggi attuali e al volere della giuria.
“Sfortunatamente” - continua il giudice - “usando Kazaa, Thomas si è comportata come un’infinità di altri utenti di Internet. I suoi presunti atti erano illegali, ma comuni. Il suo status di consumatore che non intendeva danneggiare dei concorrenti o trarre profitto non scusa il suo comportamento. Ma fa apparire la condanna a centinaia di migliaia di dollari di danni vessatoria e senza precedenti”.
Il giudice non può certo modificare la legge, e non è neanche detto che la Thomas prevalga, alla fine: potrebbe anche essere dimostrato che una violazione di copyright c’è stata e la RIAA potrebbe ancora cantare vittoria.
Notevole che il giudice però abbia chiesto nuove leggi; se ciò accadesse, in una eventuale nuova condanna la multa potrebbe essere notevolmente ridimensionata rispetto al processo originale.
In ogni caso, Capitol v. Thomas resta una partita ancora aperta, sulla quale continua a giocarsi il futuro del peer-to-peer in America e non solo.





Ancora nessun commento.