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Digital divide a rischio business

Scritto da Sara Sironi

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L’allarme lanciato dal mondo non profit raggiunge le sfere istituzionali: il gap tra paesi hi-tech e paesi in via di sviluppo non può essere colmato con un neo-colonialismo. E l’open source è ancora ignorato
Si è aperta oggi a Palermo la Conferenza Internazionale sull’e-Government per lo Sviluppo, presentata dal Governo italiano con il sostegno del Dipartimento degli Affari Sociali ed Economici delle Nazioni Unite. Non mancano proteste e contestazioni che evidenziano il dissenso di una parte della società riguardo al tentativo di imporre il modello di sviluppo che ha funzionato nei paesi industrializzati, senza tener conto delle diverse problematiche di base e delle specificità socio-culturali delle popolazioni del resto del mondo. La difesa dei diritti di quest’ultime è nelle mani dei partecipanti al meeting: è auspicabile che si possa evitare una sterile contrapposizione ideologica: la strada per raggiungere la digital inclusion evitando la digital invasion esiste già, si chiama open source.

È davvero di moda il digital divide, l’ultima tendenza lanciata dalla riscoperta dell’infopoverty: in questi ultimi due anni i paesi occidentali si sono accorti della spaventosa arretratezza nei settori Ict in cui si trovano a vivere miliardi di persone, uno tra i molti divari tra ricchi e poveri che invece di ridursi tende ad ampliarsi.
I cosiddetti paesi in via di sviluppo sono tuttora condizionati dalle conseguenze del colonialismo, oppressi dai debiti internazionali e vittime dell’economia di mercato: in questo quadro desolante non dovrebbe risultare sorprendente il recente dato dell’International Telecommunication Union, secondo il quale il 20 per cento della popolazione mondiale dispone del 60 per cento delle utenze di telefonia e del 70 per cento delle utenze Internet. Il sottosviluppo tecnologico è una causa o una conseguenza della povertà?
Una parte dell’industria tecnologica occidentale per ora ha sfruttato le risorse umane (manodopera a basso costo) e naturali (discariche di rifiuti tossici senza troppi controlli governativi) dei paesi in via di sviluppo, ma si aprono nuove interessanti prospettive che riguardano i nuovi mercati: se l’area statunitense e quella europea rischiano la saturazione, ci si può sempre rivolgere altrove e tentare di replicare il redditizio monopolio del software commerciale che richiede continui aggiornamenti hardware, altrettanto convenienti.
Colmare il digital divide sembra proprio un affare promettente. E ci si sente anche più buoni, quasi come a Natale. Qualcuno ricorda le polemiche scatenate dopo la proposta targata Microsoft di regalare software alle scuole americane?
Poste di fronte a questi rischi, le organizzazioni non governative che lavorano da anni nei paesi in via di sviluppo hanno lanciato l’allarme e alcune di loro sono state chiamate a far parte delle task force istituzionali che si occupano del digital divide.

Facciamo un passo indietro:
  • luglio 2000 - G8 Okinawa: viene creata la Digital Opportunity Task Force (Dot Force). La Fondazione Eni Enrico Mattei viene chiamata a coordinare il lavoro di consultazione con il settore non profit italiano
  • marzo 2001 - In ambito Onu viene creata la ICT Task Force (Economic and Social Council, United Nations)
  • giugno 2001 - Le organizzazioni non governative italiane coinvolte nei lavori della Dot Force producono un proprio documento sul digital divide, allarmate dall’assenza di un’analisi comune del mondo della cooperazione sull’Ict nel testo ufficiale della Dot force rivolto al G8 di Genova
  • luglio 2001 - G8 Genova: viene presentato il documento ufficiale Genoa Plan of Action, frutto del lavoro della Dot Force e si definiscono le aree di intervento nazionali. All’Italia viene assegnato l’e-government
  • ottobre 2001 - Viene istituito il gruppo di lavoro del Governo italiano per colmare il digital divide: partecipano esponenti delle istituzioni italiane, di undici imprese private e di due organizzazioni non governative
L’ultimo appuntamento riguarda proprio il meeting in svolgimento a Palermo: nel programma dei lavori non compare alcun esplicito accenno alla discussione sul software open source o sulla licenza Gpl (General public licence), in netto contrasto con le linee guida proposte dalle organizzazioni non profit che temono di poter essere usate come volano d’accesso delle multinazionali nei paesi in via di sviluppo.
D’altra parte le opportunità garantite dalla diffusione delle nuove tecnologie non vengono ignorate da chi si occupa di cooperazione: numerosi progetti di alfabetizzazione informatica sono già stati attuati, prima che si attivassero le agenzie istituzionali. Un esempio tutto italiano di ricaduta positiva dell’utilizzo di Internet nel mondo dell’informazione è costituito dall’agenzia giornalistica Misna (Missionary Service News Agency), specializzata nel diffondere notizie e reportage sul Sud del mondo, che ha tra le sue fonti migliaia di missionari e missionarie che comunicano soprattutto grazie alla Rete.

Per non fermarsi qui:

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