Digital divide, la voce del no profit
Alla conferenza di Palermo contro il divario digitale che separa i paesi ricchi da quelli in via di sviluppo, c’erano anche le organizzazioni non governative: un baluardo contro i rischi di un neo-colonialismo tecnologicoLa Conferenza Internazionale sull’e-government per lo sviluppo, organizzata dal Governo italiano con il sostegno del Dipartimento degli Affari Sociali ed Economici delle Nazioni Unite è stata una tappa istituzionale importante per la lotta contro il divario tecnologico che emargina i paesi in via di sviluppo.
Il mondo no profit non sta certo a guardare: già da tempo ha lanciato numerose proposte (per esempio l’utilizzo del software open source invece di quello commerciale e proprietario) per raggiungere la digital inclusion evitando la digital invasion: le nuove prospettive di mercato fanno gola a molte aziende ed esiste il rischio di un neo colonialismo hi-tech che aumenterebbe la dipendenza dei paesi poveri nei confronti di quelli più avanzati invece di contribuire a sanare la frattura.
Abbiamo intervistato Carla Barbarella, vicepresidente di Alisei (una delle associazioni che hanno partecipato ai lavori della task force del ministro Stanca), che ha rappresentato l’associazione delle Organizzazioni non governative italiane alla conferenza di Palermo.
Qual è il suo giudizio sui lavori della conferenza di Palermo?
Il mio giudizio è positivo, anche se si tratta solo della fase iniziale di una grande operazione: erano presenti i rappresentanti di molte nazioni, questo mi sembra già un buon risultato. A questa ampia platea è stato offerto un piano d’azione che ha una sua dignità. Ritengo positiva la modalità di presentazione del piano, abbastanza rispettosa dell’autonomia dei governi: si tratta di un insieme di best practices che vengono proposte ai Paesi. Questi ultimi saranno poi liberi di scegliere la parte che ritengono più utile.
Qual è stato lo spazio riservato alle Ong? Il suo intervento era previsto durante la sessione del 10 aprile, ma è stato rimandato a causa di un disguido: che cos’è successo?
In effetti lo spazio riservato alle Ong è stato abbastanza contestato: era stato previsto un nostro intervento nella prima giornata, poi una serie di disguidi francamente incomprensibili ha impedito il suo svolgimento. Ci è poi stata data voce il secondo giorno, riconoscendo che era stato fatto un errore: non possiamo dunque dire che ci è stato negato uno spazio, ma effettivamente ci è stato concesso… ob torto collo, per così dire.
Sul piano politico lo spazio ci è stato riservato, ma non so quanto sia poi stato accettato da quel gruppo di aziende che hanno partecipato in questi ultimi mesi al gruppo di lavoro. Alcune erano disponibili nei confronti delle Ong, altre meno.
Insomma, ho l’impressione che la presenza delle Ong venga vissuta (non soltanto dal governo, ma anche ad altri livelli) come un male necessario. È necessario farle partecipare, ma a quanto servono non è ancora molto chiaro. E questo in fondo competerà a noi chiarirlo. A Palermo c’è stato comunque un primo piccolo passo, ora dovremo valutare il resto.
Nell’ottobre 2001 Alisei è entrata a far parte del gruppo di lavoro del Governo italiano per colmare il digital divide: quali sono state le ragioni di questa scelta?
La task force del ministro Stanca è composta da numerosi rappresentanti di aziende del settore e da due Ong, Alisei e Movimondo: non possiamo certo dire che i pesi siano equi… Ma noi siamo convinti che bisogna stare dentro le cose per capire come si svolgono e per avere diritto di parola. Certo le maggioranze sono sempre molto pesanti nei nostri confronti. In ogni caso credo che le Ong abbiano contribuito, anche se in modo marginale, al lavoro di questa task force.
Questa è la ragione della nostra presenza a Palermo e della nostra decisione di coinvolgere il ministro in una grande iniziativa che abbiamo realizzato in precedenza: siamo convinti che le Ict possano costituire una grande passo in avanti anche per il terzo mondo, in particolare nelle pubbliche amministrazioni. Certo, un altro discorso è sostenere che tutti i problemi dei paesi in via di sviluppo si risolveranno digitalizzando qualche funzione…
Chi ha condiviso questo impegno istituzionale con Alisei? C’è stato un dibattito all’interno delle Ong italiane in relazione alla partecipazione ai lavori della Dot force?
Abbiamo partecipato ai lavori della task force governativa con Movimondo e a Palermo abbiamo rappresentato le Ong italiane: in generale c’è la convinzione che sia importante non restare tagliati fuori da questa operazione, al fine di coglierne i risvolti più interessanti e utili al terzo mondo. Ma il tema è di troppa e recente attualità perché io possa dire che le Ong abbiano una posizione univoca o sufficientemente approfondita. Noi stessi siamo agli inizi.
Sarà importante costituire un punto di aggregazione per chiamare anche le altre Ong a una definizione delle tipologie di intervento Ict: dobbiamo intervenire anche sugli altri divides, non dobbiamo abbandonare la cooperazione tradizionale a favore di quella “digitale”. In ogni progetto tradizionale occorre infilare un pezzo di innovazione. E questo richiede un lavoro di approfondimento notevole anche da parte delle Ong. Certo, alcune organizzazioni marciano con più curiosità e interesse, ma siamo tutti coinvolti.
Quali sono i progetti di Alisei?
Noi stiamo lavorando sulla base del documento prodotto dalle Ong nel giugno 2001 (che al G8 di Genova non credo sia stato nemmeno preso in considerazione) e a breve apriremo un forum di discussione sul nostro sito dedicato al digital divide. Vorremmo fosse l’occasione per poter discutere di tutte le questioni sollevate in quel documento (per esempio l’utilizzo del software open source, i centri d’eccellenza, eccetera), ma anche per affrontare il problema delle tipologie d’intervento. Queste sono le cose che dobbiamo affinare. E vogliamo usare non a caso lo strumento della Rete. Stiamo già costituendo un gruppo di lavoro.
Nel Genoa plan of action non c’è traccia delle posizioni espresse dalle Ong: il documento finale della conferenza di Palermo sembra però più conciliante…
Sì, senz’altro i risultati sono migliori. Per il momento si tratta di un lavoro da certosino: stiamo tentando di far superare alle aziende la loro diversità culturale rispetto al terzo mondo. Anche se i precedenti non sono affatto buoni. Qualche messaggio passa, se poi sarà utilizzato in maniera distorta è ancora tutto da vedere. Resta valido il rischio che le Ong siano usate come volano d’accesso delle multinazionali nei paesi in via di sviluppo: si tratta di super-potenze, noi siamo piccolissimi. Ma dal momento in cui l’aiuto pubblico allo sviluppo si è ridotto al lumicino (e questo non lo dico io ma Kofi Annan), un partnerariato aziende-ong diventa necessario. È un rischio da correre. Il richiamo alla social responsibility delle aziende che ho espresso a Palermo è poca cosa, ma a cosa altro possiamo appellarci? Qualche azienda è più aperta di altre. Inoltre possiamo contare sulla presenza nel terzo mondo di altre Ong, anche locali, che possono contrastare sul territorio le presenze controproducenti.
Che cosa pensa dell’open source? Anche stavolta ha fatto la parte della cenerentola…
Credo ci sia una certa apertura da questo punto di vista. Certo, c’è ancora da lavorare, però non c’è preclusione. Anche su questo tema vogliamo aprire un dibattito on line facendo appello a tutti: molti operatori aziendali sono interessati, anche se a Palermo non c’è stata alcuna discussione sul tema.
In effetti la conferenza siciliana è stata più che altro una passerella internazionale, anche se importante, con presenze significative. È mancata in generale una discussione approfondita sui contenuti, nonostante le interessanti sessioni parallele.
L’approccio di chi demonizza il free software sembra però ancora dominante: si rischia di banalizzare la questione e di restare sulle reciproche barricate?
Sì, sono d’accordo. Io ritengo fondamentale attivare le dinamiche. Se si resta sempre fuori, se si dice “questo è il mio nemico e io non mi confronto”, non si va lontano. Per me l’interlocuzione è sempre fondamentale. Certo, deve essere a doppio senso: se è solo da parte nostra allora non ha futuro. Spetterà alla nostra intelligenza capire se veniamo presi in giro.
Dai documenti del meeting di Palermo emerge sostanzialmente un giudizio positivo sull’esportabilità del modello di sviluppo tecnologico dei paesi occidentali: ciò comporta l’adesione a un meccanismo che consuma una quantità esorbitante di risorse energetiche e che richiede un aggiornamento incessante della dotazione hardware e software. Ritiene proponibile questo modello di sviluppo nei paesi più poveri? Non crede che l’occasione di colmare il digital divide possa essere colta per modificare gli schemi consumistici e monopolizzanti attualmente affermati nei paesi più ricchi? L’argomento è stato affrontato durante il meeting di Palermo?
Questo problema non è stato affatto affrontato, anzi: questo è stato il vero grande buco. Il convegno di Palermo non si preoccupato di questi aspetti, è mancata una riflessione sul significato di tutta l’operazione Ict. Dominante è stato l’approccio tecnologico, aziendale.
Spetta a noi la promozione di un’elaborazione più approfondita che abbia a cuore anche la valutazione dell’impatto socioculturale e politico: occorre lavorare per sensibilizzare e richiamare l’attenzione su questi aspetti.
Attualmente i lavori della task force governativa sono fermi, non siamo più stati contattati dopo Palermo. In realtà saremmo anche curiosi di capire cosa sta accadendo… in questi giorni il ministero sta strutturando insieme ai cinque paesi selezionati il modello di amministrazione digitale. Aspettiamo di saperne di più.
Per quanto riguarda l’attività di Alisei, ci aspetta una serie di appuntamenti a Milano e Bologna: la prima fase del nostro progetto si concluderà a fine anno, ma continueremo a occuparci di queste tematiche. Occorre infatti tradurre in progetti concreti nei paesi in via di sviluppo ciò su cui stiamo discutendo. L’e-government è solo uno dei tanti tasselli della questione.
Alisei si impegna anche in progetti di telemedicina e soprattutto di e-learning, ci sembra di particolare importanza tutto ciò che riguarda la formazione a distanza.
Dobbiamo approfondire la tipologia degli interventi per passare dal dire al fare. Nei tanti progetti che ci vedono impegnati in più di venti paesi del mondo, cerchiamo di inserire l’utilizzo delle nuove tecnologie nell’intervento cooperativo tradizionale, per concorrere al superamento di tutte le fratture che impediscono lo sviluppo.
Carla Barbarella, laureata in Scienze Politiche, è stata funzionaria del Consiglio dei Ministri Europeo dal 1965 al 1972, parlamentare europeo dal 1979 al 1989 per due legislature. Dal 1990 è Presidente della Ong CIDIS. Dal 1998 è Vice Presidente della Ong Alisei. Dal 1999 è docente di pedagogia interculturale presso l’Università di Trieste.
Ha rappresentato l’associazione delle Organizzazioni non governative italiane alla Conferenza Internazionale sull’e-government per lo sviluppo tenutasi a Palermo nello scorso mese di aprile.




Ancora nessun commento.