Linux: distribuzioni per tutte le esigenze
Torniamo ad esaminare le principali distribuzioni Linux per valutare i progressi compiuti da questo sistema operativo in quanto a facilità d’installazione e d’utilizzo in ambiente desktop.La domanda non è certo nuova: Linux è un sistema operativo a prova di utente finale? Ad ogni nuova versione di kernel, grazie anche al supporto di un numero sempre crescente di dispositivi, il partito degli entusiasti si contrappone a quello degli scettici senza che emerga una risposta univoca al quesito.
Sulle pagine di PC Professionale abbiamo esaminato proprio un anno fa, sul numero di gennaio 2002, le principali distribuzioni Linux per approfondire la questione.
A dodici mesi di distanza è arrivato il momento di affrontare di nuovo il tema per constatare soprattutto i progressi compiuti da Linux in ambito workstation. Nell’esaminare le distribuzioni che vi presentiamo in questo articolo ci siamo concentrati dunque sull’aspetto oggettivo e pratico dell’uso di Linux in un ambiente desktop orientato alla produttività personale, verificandone attentamente le eventuali difficoltà di riconoscimento e di configurazione delle periferiche di sistema (il punto di solito più dolente).
Abbiamo recensito sei prodotti, alcuni molto noti (Mandrake 9.0, Red Hat 8.0 e SuSE 8.1), altri meno, soprattutto in Italia (Lindows 2.0 e Lycorix) e il nuovissimo SCO Linux 4.0. Il componente da cui è partita la nostra analisi è stato il kernel, cioè il cuore del sistema operativo, identificabile con lo stesso termine “Linux”: fortunatamente i tempi in cui bisognava ricompilarlo per aggiungere il supporto ad una semplice scheda audio sono ormai lontani. E già il solo termine “ricompilare” sottolinea implicitamente due aspetti: l’apertura del codice di Linux e la necessità di competenze maggiori rispetto all’utilizzo di base di un sistema Windows.
L’ultimo kernel stabile al momento in cui scriviamo è il 2.4.20, che rivaleggia con quello di Windows per completezza e capacità di riconoscimento automatico. Le maggiori distribuzioni, per contro, si attestano alla versione 2.4.18 o 2.4.19. Molto, in materia, dipende dalla lungimiranza delle aziende relativamente al rilascio delle specifiche dei componenti hardware: è lampante l’esempio dei cosiddetti winmodem, modem sprovvisti di una logica di controllo interna che demandano il compito all’interazione con il sistema operativo. Molti produttori non hanno ritenuto opportuno fare conoscere agli sviluppatori le specifiche di basso livello dei componenti utilizzati; di conseguenza molti dei modem che richiedono software specifico per Windows non sono riconosciuti da Linux.
Eppure, il consociativismo insito nel concetto stesso del free software e che si esplica nella modalità operativa dell’open source ha permesso la costruzione di appositi moduli anche per i winmodem: basta dare un’occhiata a www.linmodems.org per rendersi conto di quanto le esigenze personali e lo spirito di ricerca abbiano permesso di rendere compatibile ciò che, sulla carta, non sarebbe dovuto mai risultare tale. E di recente il comportamento di Conexant ha dimostrato come l’atteggiamento dei produttori si stia man mano aprendo a Linux.
Sulla base della natura libera e aperta di Linux e della licenza di distribuzione cui esso è sottoposto (ovvero la Gnu/Gpl, consultabile sul sito www.gnu.org), alcune aziende ne hanno iniziato la pacchettizzazione ed, eventualmente, il commercio. È questo il concetto su cui si basano le distribuzioni: la costruzione di un sistema “su misura” o - meglio - di qualcosa che vi si avvicini; ed è ciò che spiega le differenze di dotazione software tra le varie distribuzioni.
Con buona pace dei puristi, aziende quali RedHat o Mandrake hanno iniziato a pensare all’utente finale comprendendo, oltre a strumenti Gpl, applicazioni proprietarie (con svariate licenze d’uso e con sorgenti aperti o meno) per facilitare determinate funzioni: è questo il valore aggiunto, unitamente alla produzione di manualistica, che giustifica e determina il prezzo da pagare per un Linux personalizzato.
L’affermarsi di pacchetti quali Rpm (RedHat Package Manager) ha portato giovamento a chi si avvicina a Linux, permettendo l’installazione di binari precompilati sul sistema ed evitando di dovere ricorrere esclusivamente alla compilazione di codice sorgente. Rpm non è la sola facilitazione prevista: Debian ha previsto Deb, mentre Mandrake ha evoluto il concetto arrivando ad Urpmi, che permette un controllo delle dipendenze più efficace. Ma Rpm è uno strumento a linea di comando, così come lo sono tutte le istruzioni su cui si basa Linux: come ovviare, quindi, alla ben poco amichevole forma di istruzioni quali rpm -Uvh [nome del pacchetto] —force —nodeps?
Con il paradigma degli ambienti grafici e dei front-end dedicati (ovvero applicazioni demandate all’esecuzione di istruzioni a linea di comando definite in maniera visuale) quali GnoRpm o Kpackage per lo stesso Rpm.
La modularità di Linux si traduce, sotto questo aspetto, nell’uso di un server grafico (Xfree, l’implementazione libera di X Window System) separato e separabile dal sistema, anche se intimamente legato ad esso: basato su un’architettura client-server, si occupa dell’interfacciamento dell’hardware preposto (la scheda grafica), dell’ambiente grafico e del gestore di finestre relativo. Anche qui si rileva una delle linee guida di X (e dei sistemi *nix in generale), che è basato sulla cooperazione di componenti separati.
Un window manager è il componente che controlla l’aspetto e l’operatività delle finestre e consente all’utente di interagire con esse; gli ambienti grafici forniscono un’interfaccia più completa al sistema operativo mediante l’uso di utility e di applicazioni in essi integrati. I gestori di finestre e gli ambienti grafici non sono in contrapposizione e costituiscono l’impatto visivo di Linux sull’utente finale: i primi si occupano di ciò che non risulta conveniente o possibile fare da shell di testo; i secondi consentono un approccio morbido alla configurazione ed alla gestione di sistema.
Gli incroci peraltro sono all’ordine del giorno: gli ambienti grafici supportano più window manager, e viceversa. Se ciò costituisce qualcosa a metà strada tra la continua ricerca dell’efficacia funzionale e l’appagamento visuale dell’utente esperto, le aziende hanno capito come una simile flessibilità possa costituire elemento di confusione per il novellino (o newbie, per usare il termine inglese) ovvero per chi si avvicina a Linux.
Per questo motivo, la maggior parte delle distribuzioni prevedono un ambiente grafico ed un window manager prestabilito, e lasciano l’installazione e la configurazione di ulteriori componenti alla scelta dell’utente creando, in questo modo, impronte ben definite.
A RedHat, da sempre coinvolta nel progetto Gnome (Gnu Network Object Model Environment) si contrappongono aziende che parteggiano per Kde (K Desktop Environment) quali SuSE o Caldera (che adesso ha mutato il proprio nome in SCO) o tengono un atteggiamento neutrale, quali Mandrake. In ambiente Linux il software è un altro elemento di demarcazione rispetto ad ambienti Windows: quello libero (e l’accezione, in questo caso, fa rima con gratuito) è disponibile in grandi quantità in ogni distribuzione, anche in quelle liberamente scaricabili da Internet. Gli strumenti per la produttività rivolti al cosiddetto mercato Soho (Small Office Home Office) ovvero quello dei piccoli uffici e di chi lavora da casa, hanno ormai raggiunto buoni livelli di maturità e garantiscono un ottimo grado di interscambio con le omologhe e pervasive applicazioni Microsoft, anche se è giusto sottolineare che la compatibilità non è ancora completa, specie in caso di layout complessi. La stessa possibilità di installare applicazioni Microsoft su un sistema Linux ha compiuto passi in avanti grazie a Wine (un’implementazione open-source delle Api di Windows), anche se lo stato dell’arte non è ancora tale da garantire un utilizzo sicuro e continuativo: meglio rivolgersi a progetti mirati quali CrossOver Office o ad emulatori quali VmWare, benché - di fronte a simili esigenze - bisogna davveo domandarsi se non sia il caso di utilizzare direttamente Windows.
Sul fronte di Internet, i browser di riferimento sono Mozilla (e l’omologo Netscape), Galeon e Konqueror, oltre al porting di Opera. La scelta tra client di posta elettronica poi è virtualmente sterminata.
Per un utente generico, il multimedia sotto Linux offre ntevoli potenzialità: grazie al progetto Alsa (per il cui successo bisogna ascrivere molti meriti a SuSE) il supporto delle schede audio è all’altezza, ed è possibile sfruttare software di buona qualità per l’ascolto, la visione e la codifica di audio e video. Stesso discorso per il fotoritocco e la modellazione e l’animazione tridimensionale: Gimp da un lato e Blender dall’altro hanno poco da invidiare a pacchetti commerciali, anche se i professionisti difficilmente si convertiranno a Linux in virtù di queste applicazioni.
Le periferiche di largo utilizzo sono spesso supportate da Linux, e anche il collegamento tramite Usb (anche 2.0) e Firewire non è un problema. Ma non bisogna pensare che l’ostacolo dei driver (o, meglio, dei moduli per il kernel) sia superato: basta dare un’occhiata al progetto Sane, ad esempio, per constatare come più di uno scanner sia ancora oggi inutilizzabile sotto Linux.
Sulla base di queste considerazioni, abbiamo messo sotto torchio le più recenti distribuzioni di Linux - alcune di orientamento generico, altre dichiaratamente rivolte all’utilizzatore desktop - concentrandoci sul punto di vista del singolo utente finale. La loro valutazione tiene conto di vari fattori, riconducibili tutti alla semplicità di utilizzo, quali la procedura di installazione, la qualità della manualistica, la dotazione di software acclusa, la qualità e la flessibilità degli strumenti di amministrazione e le capacità di riconoscimento dell’hardware. Come macchina su cui svolgere i test abbiamo scelto una configurazione ragionevolmente economica, ricorrendo a una Cpu Intel Celeron 1800, una motherboard Ecs P45SA/DX+ (basata sui chipset Sis 645 DX/962, con audio onboard e scheda di rete integrata su base Sis 900), 1 GB di memoria Ram (SDRam Pc 133), una scheda video con chipset nVidia TNT2 e - per introdurre due interessanti elementi di complessità - due controller separati Usb 2.0 e Firewire, che sfruttano rispettivamente chip Via VT 6202 e Texas Instrument TSB12LV23 su bus PCI, oltre ad un controller Scsi con chip Symbios 53c860, cui è stato collegato un vecchio scanner Microtek ScanMaker E3.
Per l’installazione sull’hard disk, abbiamo lasciato mano libera alle utilità delle varie distribuzioni, che si sono confrontate nel creare partizioni e file system su un hard disk Maxtor da 20 GByte, Ultra ATA/66, configurato come unità slave sul canale primario (sul sistema era presente un altro disco su cui era installato Windows XP Professional). Il quadro era completato da due unità ottiche: un lettore di Cd-Rom ed un masterizzatore, entrambi su bus Ide. Disabilitata l’opzione Pnp OS da Bios, abbiamo più volte provato ad installare al volo eriferiche Usb e Firewire: un disco rigido Archos Mini HD su bus Usb 2.0 e Ieee1394, e una fotocamera Fuji Finepix 6800 su bus Usb 1.1, oltre ad una Webcam Creative WebCam Plus Usb 1.1, sperando nel riconoscimento da parte del sistema.
In sostanza, abbiamo composto un quadro hardware decisamente eterogeneo per simulare varie situazioni d’uso e verificare i progressi compiuti in questo ambito dalle diverse distribuzioni. Non si tratta certo di un metodo di paragone univoco (la specificità della periferica è ancora un fattore discriminante sotto Linux), ma può fornire indicazioni decisamente interessanti.
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