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Pinguini, fratelli e coltelli

Scritto da Guido Sintoni

Dal Linux World portiamo a casa annunci di prodotto per medie e grandi imprese, poca attenzione agli sviluppatori indipendenti, nuove alleanze e acquisizioni. Con l’ombra lunga della querelle tra Sco e il sistema operativo libero per antonomasia
Tutti amici del Pinguino. Poco male che l’amicizia sia frutto di interesse e rechi l’ombra lunga del dubbio e dell’illegalità.
Al momento in cui scriviamo, il Linux World Expo 2003 (4-7 agosto) di San Francisco non si è ancora concluso, ma la sua fisionomia è già delineata: annunci di prodotto rivolti alla media e grande impresa, poca attenzione agli sviluppatori indipendenti (non è una novità), nuove alleanze e acquisizioni l’hanno fatta da padrone, senza trascurare l’ombra lunga della nota querelle tra Sco e il sistema operativo libero per antonomasia.

Novell, uno dei nomi storici sul fronte Unix, ha acquistato - per contanti e per una cifra non ancora resa nota - Ximian, azienda che ha in portafoglio soluzioni desktop e server per Linux, con un occhio di riguardo al groupware e alle tecnologie per la gestione centralizzata. «Si tratta di un modo per ridurre le barriere di entrata di Linux nella grande azienda», ha commentato Nat Friedman, fondatore di Ximian con Miguel de Icaza, a lungo al timone di progetti Gnome e Mono.

Questi ultimi due (il popolare desktop grafico e l’ambiente aperto per costruire applicazioni .Net su piattaforme Linux e Unix) continueranno sotto Novell; al contempo, sembra che l’acquisto di Ximian segni il passo d’addio di NetWare, il sistema operativo proprietario di Novell.

Decisamente attiva si è rivelata Sun: il colosso di Santa Clara ha da sempre un rapporto controverso con Linux (ricordiamo, ad esempio, che il proprio Sun Linux ha avuto vita molto breve), ma - questa volta - pare che sia decisa a giocare un ruolo di primo piano. Ultimo dei grandi produttori di server, ha annunciato la propria entrata nell’Open Source Development Lab (organizzazione in cui, da qualche mese, lavora Linus Torvalds) e ha concluso un importante accordo con Suse, una delle maggiori aziende legate al mondo Linux.

Sun utilizzerà Suse Linux sui propri server in alternativa a Solaris (il proprio Unix proprietario), ma non è escluso che questo avvenga anche sulle workstation; parimenti, Suse - da tempo legata a Ibm - ha ottenuto da Big Blue una certificazione secondo cui il proprio sistema operativo sarebbe idoneo all’uso in ambito militare e governativo.

Apertura incondizionata a Linux da parte di Sun, quindi? Non proprio: Jonathan Schwartz, responsabile di Sun per il software, ha più volte ricordato gli sforzi profusi dall’azienda per l’open source, ma ha anche richiamato a posizioni pragmatiche e ha affermato significativamente che «Linux è ottimo per server con architetture Intel o Amd». Per la fascia bassa di mercato, quindi: da ciò si deve dedurre che sarà arduo, nel breve periodo, vedere Linux sui server Sun di fascia alta o sui mainframe.

E, mentre Matthew Szulik, Presidente e Ceo di RedHat, annunciava una serie di strumenti basati su Java per lo sviluppo di applicazioni tipicamente corporate e giurava sull’affermazione finale del software aperto (senza tuttavia menzionare esplicitamente quello libero), Ibm si riservava poche mosse, ma di grande importanza.

La prima su tutte: per Big Blue, Linux ha il potenziale per (almeno) la fascia media di mercato. L’azienda ha infatti annunciato per il prossimo anno una serie di workstation basate sul chip Amd Opteron a 64 bit, lasciando così al palo Intel, invero apparsa - in questo Linux World Expo - un po’ defilata.

La seconda riguarda la posizione di Ibm nei confronti di The Sco Group e della sua richiesta di risarcimento miliardaria (in dollari) per presunte violazioni dei propri diritti di proprietà sul codice di Unix: Irving Wladawksy-Berger, General Manager della divisione e-business on Demand di Ibm, ha affermato lapidario «Si tratta di un capitolo che a breve sarà dimenticato. Si ricordano le tecnologie vincenti, non i problemi legali ad esse legate».

E, dopo avere apertamente accusato Red Hat di distribuire prodotti basati su proprie tecnologie senza corrispondere royalty di sorta, finalmente il presidentissimo McBride di Sco fissava il prezzo dell’ “equo riscatto” da pagare per le aziende sull’installato Linux: 199 dollari per ogni workstation e 699 per ogni server. Per adesso sono esclusi dal calcolo i pesi massimi informatici: macchine multiprocessore e mainframe.

La voce di McBride, a dire il vero, non è sembrata scuotere il mercato più di tanto: Bea, uno dei produttori di application server di più lunga data, ha rinnovato il proprio impegno per l’alto di gamma alleandosi con Hewlett Packard per le soluzioni Linux for business, e Silicon Graphics ha addirittura esagerato, annunciando una versione a 128 processori del proprio Altix 3000, una macchina per il calcolo ad alte prestazioni con sistema operativo Red Hat Linux.

Il kernel 2.4, l’oggetto del contendere tra Sco e il resto del mondo legato a Linux (Ibm in primis), sembra dunque lasciare il passo al suo successore 2.6 sotto i migliori auspici: quelli legati alla scalabilità e alle prestazioni.

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