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HavenCo: la fine di un sogno?

Scritto da Nicola D'Agostino

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C’è burrasca sul chiacchierato paradiso off-shore dei dati Internet: dubbia la posizione in seguito agli effetti dell‘11 settembre e dopo l’abbandono dei soci fondatori, che lamentano disorganizzazione e incomprensioni. Ma l’idea resta valida
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Lanciata nel giugno del 2000 sulla scia del clamore provocato da numerose fonti di informazione (compresa una copertina di Wired), HavenCo si proponeva come un paradiso dei dati sicuro e irraggiungibile (qualcuno aveva perfino pensato di trasferirvi gli scambi di file musicali ai tempi di Napster). Tutto questo grazie alla sua collocazione fisica su una ex-piattaforma militare del Regno Unito, usata durante la seconda guerra mondiale contro la flotta tedesca e poi abbandonata.

Nel 1967 un eccentrico ex-ufficiale britannico, Roy Bates, ha preso possesso della piattaforma, che è situata a poco meno di dieci chilometri dalla costa (in acque all’epoca internazionali) battezzandola Sealand e autoproclamandosi suo regnante: il tutto sulla base di un’oscura regola del diritto internazionale. Grazie a Sealand, HavenCo (il cui motto è “il mondo libero a pochi millisecondi di distanza”) doveva trasformarsi in una casa virtuale non solo per dati sensibili, ma anche e soprattutto per tutti quegli affari on line considerati “scomodi” per le altre aziende di hosting (uno dei clienti noti era il sito web del governo in esilio del Tibet) o soggetti a tasse e leggi in vari stati.

Negli ultimi mesi però l’iniziativa pare sia degenerata a tal punto da indurre gran parte dei soci ad allontanarsi progressivamente dal progetto. L’ultimo ad andarsene è stato Ryan Lackey, giovane responsabile tecnico di HavenCo, che ha anche passato diversi mesi sulla piattaforma. Lackey, che ha perso una considerevole somma di denaro nell’impresa, sta ora progressivamente svelando i problemi di fondo dell’iniziativa, che si è rivelata profondamente disorganizzata e in parte travolta dal suo stesso successo.

La spallata decisiva pare sia stata data da un reciproco clima di sfiducia, anche in seguito agli effetti dell’attacco dell‘11 settembre. “Re” Bates e i suoi familiari (il cui status non è mai stato riconosciuto ufficialmente da nessun governo) sono divenuti sempre più nervosi nei confronti dell’iniziativa e, non paghi delle già chiare regole inerenti all’hosting, si sono affrettati a specificare alla Bbc che avrebbero collaborato con le autorità nel caso ci fosse di mezzo materiale terroristico.

Attualmente le attività di HavenCo sono nelle mani dei “regnanti” di Sealand: il sito ed i servizi paiono attivi anche se Lackey risulta ancora come referente per i domini.
Quest’ultimo sta scrivendo un libro sulla sua esperienza triennale con HavenCo e ritiene che l’idea di fondo sia tuttora valida. A dimostrazione di questo ha fondato Metacolo, che non solo dovrebbe fare tesoro dell’esperienza acquisita, ma rilancia la proposta di HavenCo: offre un hosting sicuro non perché irraggiungibile, ma perché sparso (o “co-locato”, da cui il nome dell’azienda) contemporaneamente in vari paesi.

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