Linux: non più libero?
È ormai una vera e propria guerra (legale) quella che si sta combattendo intorno a Linux, il sistema operativo libero più diffuso nel mondo. Accuse, contraccuse, richieste di risarcimenti, licenze… Il famoso pinguino, simbolo di questo software libero creato (o sarebbe meglio dire “iniziato”) da Linus Torwalds, è oggi al centro di una disputa legale che rischia di tagliare le ali a Linux e trasformarlo in un sistema operativo qualunque, inaccessibile a tutti coloro che da anni lavorano per migliorarlo.Com’è noto, Linux è coperto da una GPL (General Public Licence) che consente a chiunque di copiare, modificare e redistribuire il codice sorgente alla base del sistema operativo, liberamente e -spesso - gratuitamente. Ma oggi, giusto quando si prospettava il definitivo boom di Linux, una società statunitense (detentrice dei diritti sul sistema Unix da cui il kernel di Linux è stato liberamente tratto) ha deciso di “proteggere” la sua proprietà intellettuale annunciando un programma di licenze per gli utenti Linux ed una serie di azioni legali contro le società IT che distribuiscono “impunemente” questo sistema operativo libero.
Le accuse…
L’azione legale di SCO Group (Santa Cruz Operation, con sede a Lindon, Utah, USA) segue i canoni a cui siamo ormai abituati nelle infinite battaglie legali per le presunte violazioni di copyright: cause contro società “colpevoli” di “furto della proprietà intellettuale”, per poi andare a colpire direttamente sulle tasche gli utenti finali. In questo caso, la prima società presa di mira da SCO è il colosso IBM, “sotto accusa” per aver incluso in alcuni suoi software di amministrazione di Linux, nonché in Linux stesso, parti del codice sorgente Unix proprietario di SCO, violando in tal modo la sua licenza del software AIX, basato su Unix, affermano i querelanti. La società ha pertanto ritirato la sua licenza AIX e chiesto 3 miliardi di dollari di danni ad IBM.
Ma la cosa non rappresenta solo una “bagarre tra grandi”, limitata alla sola IBM, bensì un “primo passo per l’affermazione dei nostri diritti”. Sempre secondo SCO, infatti, poiché Linux contiene intere linee di codici, “con tanto di commenti”, copiate direttamente dal sistema operativo Unix System V, di proprietà appunto di SCO, gli utenti che intendono utilizzare Linux sono tenuti ad acquistare una licenza d’uso direttamente da SCO. La società ha inoltre diffuso i prezzi di tali licenze, pari a 199 dollari per l’utilizzo su un computer desktop e 699 dollari per l’uso su un server con singola CPU. Questi prezzi, ha fatto sapere SCO, sono “promozionali” e saranno raddoppiati ad ottobre. Un attacco, dunque, diretto alle tasche degli utenti finali con prezzi - francamente - assai elevati per un software sì più stabile e spesso più performante rispetto ai concorrenti, ma anche ben più costoso da configurare ed amministrare.
… e le reazioni
Naturalmente, le azioni e le affermazioni di SCO hanno provocato una serie di reazioni da parte della comunità che da anni supporta il software libero e lo stesso sistema operativo Linux. Così, la prima risposta è stata quella di IBM che in una contro-causa contesta la revoca della licenza AIX acquisita permanentemente da IBM per 10 milioni di dollari da Novell Software, allora detentrice dei diritti su Unix, nonché la possibilità di alcuna violazione di copyright in quanto la stessa SCO ha “distribuito il proprio software libero in regime GPL”, per cui non può sostenere l’esistenza di alcun diritto di proprietà (e tantomeno richiedere il pagamento di una licenza) sui codici sorgenti di Linux liberamente distribuiti dalla stessa SCO.
Ma la Big Blue non è certo rimasta isolata: a suo fianco si è schierata anche Red Hat, ad oggi il più grosso distributore di Linux, che a sua volta ha fatto causa, articolata in ben 7 punti distinti, contro SCO per comportamento “sleale e ingannevole” (unfair and deceptive), dichiarazioni pubbliche fondamentalmente “non surrogate da fatti e non vere” (unsubstantiated and untrue) che “attaccano l’integrità del processo di sviluppo dell’open software”. Inoltre, Red Hat pretende una dichiarazione esplicita da parte di SCO di “non violazione di copyright” per quanto riguarda Linux, e la cessazione di azioni “mirate a creare un’atmosfera di paura, incertezza e dubbio intorno a Linux” nonché “rallentare la crescita di Linux”. Infine, Red Hat ha annunciato la fondazione di un fondo per la difesa di Linux, a cui ha devoluto 1 milione di dollari, e si è detta speranzosa che anche le altre società vi vorranno partecipare.
Nel dibattimento ha fatto sentire la sua anche la Free Software Foundation che, per voce del suo Consigliere Generale Eben Moplen ha sottolineato l’inconsistenza della causa di SCO Group. Infatti, in una nota (Copyright © Free Software Foundation, 2003) la FSF ha ricordato come “per quanto riguarda le contestazioni sul segreto industriale, che sono le sole effettivamente mosse nella causa ad IBM, resta il semplice fatto che SCO ha per anni distribuito copie del kernel, Linux, come parte di sistemi GNU/Linux. Tali sistemi sono stati distribuiti da SCO nel pieno rispetto della GPL, e per ciò, includevano l’intero codice sorgente. In questo modo SCO stessa ha pubblicato, come parte della propria normale attività, il materiale che ora sostiene includere i propri segreti industriali. Semplicemente non ci sono basi giuridiche sulle quali SCO possa contestare ad altri la violazione del segreto indistriale per materiale che ha essa stessa pubblicato in modo diffuso e con una licenza che specificamente ne consente la copia e la distribuzione illimitata“.
E prosegue: “Questo stesso fatto è un ostacolo insormontabile rispetto alle affermazioni secondo le quali “Linux” violi il Copyright di SCO sul codice sorgente di UNIX”. Tuttavia, “anche se SCO dovesse dimostrare che alcune porzioni del proprio codice sorgente di UNIX sono state copiate nel kernel, l’accusa di violazione di Copyright cadrebbe per il fatto che SCO stessa ha distribuito il kernel nei termini della GPL. Facendo così, SCO ha concesso a chiunque ed ovunque esso sia di copiare, modificare e redistribuire quel codice. SCO ora non può tornare indietro e sostenere di aver venduto codice secondo i termini della GPL, garantendo il diritto di copiare, modificare e redistribuire qualsiasi cosa includesse, ma che in qualche modo non ha concesso quei diritti e la redistribuzione di qualsiasi materiale in esso contenuto di cui detiene il Copyright“.
La FSF conclude la sua nota, di cui abbiamo già riportato ampi tratti, sottolineando quanto segue: “Di fronte a questi fatti, le dichiarazioni pubbliche di SCO sono quantomeno fuorvianti ed irresponsabili. SCO ha abilmente approfittato del lavoro di coloro che hanno fornito contributi da tutto il mondo. Le loro attuali dichiarazioni pubbliche costituiscono un volgare abuso dei principi della comunità del Software Libero, da parte di un membro che ha utilizzato tutto il nostro lavoro per il proprio tornaconto economico. La Free Software Foundation invita SCO a ritirare le proprie sconsiderate ed irresponsabili dichiarazioni e di provvedere a separare immediatamente i propri disaccordi commerciali con IBM dai propri doveri e le proprie responsabilità nei confronti della comunità del Software Libero“.
Alla ricerca della verità
Di fatto, però, la situazione si mantiene confusa. Ed i protagonisti della vicenda non hanno certo interesse a sbrogliare la matassa, almeno per il momento. È più che probabile che la serie di cause e contro-cause sarà risolta fuori dai tribunali, dato che un dibattimento giudiziario è cosa lunga e soprattutto costosa, che non giova a nessuna delle parti. Per il momento, la situazione vede in vantaggio proprio SCO, che ha visto salire vertiginosamente le proprie azioni, proprio adesso che il Gruppo vorrebbe acquisire la società rivale Vultus. L’incertezza regna anche tra le migliaia di società che distribuiscono o vendono Linux, già “avvisate” mediante una lettera dalla stessa SCO Group della possibilità di azioni legali per presunte violazioni di copyright. Per il momento una sola società ha accettato di pagare le licenze a SCO per poter integrare Linux nei suoi sistemi, ma non è detto che non seguano altre. Chi resta a guardare (e se la ride) è senz’altro Microsoft che non può che trarre vantaggio da questa battaglia.
Sarà questa la fine di Linux come software libero? Almeno questa volta vogliamo essere ottimisti: è senz’altro meglio mantenere Linux libero ed accessibile, anche dal punto di vista economico, che non consegnare il mondo del software nuovamente nelle mani del colosso di Redmond. Che già da qualche tempo ha paura… paura del pinguino.
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