Un assaggio di cyber-cucina
Dal ciclo di vita del software al software come stile di vita: nei ristoranti creativi prendono forma uova cyber e ostriche virtuali. Ma anche tra i cuochi si distinguono i fautori dell’open source del gusto
Concetti quali il raffinamento attraverso rilasci successivi e la modularizzazione, nati come metodologie per lo sviluppo del software, oltre a influenzare il mondo del lavoro (poichè le aziende tendono ad adattare la loro organizzazione sulla base dei processi degli applicativi utilizzati), si riflettono ormai anche nelle espressioni artistiche.Un esempio? La musica minimalista, caratterizzata da pattern musicali ripetuti e sovrapposti tra loro, ma anche la cucina creativa, in cui i piatti sono oggetto di reverse engineering attraverso cui gli ingredienti diventano moduli riassemblabili a piacere, creando minestre semi-solide, pizze semi-liquide e uova cyber di plastica commestibile. Il tutto a prezzi piuttosto marziani.
Proprio come nel software, i piatti della cucina cyber sono in continua evoluzione, e sono numerati come release: per esempio nel Combal.Zero, uno tra i più famosi ristoranti di cucina creativa che si trova presso il Museo d’Arte Contemporanea di Rivoli (Torino), l’ultima versione di un piatto si chiama Albese 2.3, mentre il cyber-egg di tuorlo d’uovo e caviale, a seconda della serata, viene offerto avvolto da un’intercapedine di liquido trasparente oppure opaco (l’obiettivo di questo piatto è eliminare le sovrastrutture mentali dovute all’odore e alla vista del cibo, per concentrarsi sulla pura sensazione gustativa che sopraggiunge quando l’uovo cyber, messo in bocca, esplode in tutto il suo sapore).
Sempre come nel software e in linea con le ultime tendenze della tutela per cui ormai tutto è brevettabile, anche nella cucina creativa di ispirazione hi-tech si contrappongono cuochi che appena creato un piatto corrono all’ufficio brevetti contro cuochi apertamente open-source.
La “Microsoft” del settore è costituita dal famoso cuoco spagnolo Adrian Ferrà che protegge tutti i piatti che escono dalla sua factory di Barcellona con la tutela concessa dal diritto d’autore, e per Lavazza ha inventato (e brevettato) Èspesso , un caffè espresso servito solido con un sifone refrigerato; i barman che lo servono a Torino dopo aver seguito un apposito training sono in fondo paragonabili ai tecnici che garantiscono il deployment di un’applicazione dopo che è stata installata.
A contrapporsi a Ferrà propugnando la libera circolazione delle idee e la cucina open-source rimangono pochi visionari, come appunto Davide Scabin del Combal.Zero; infatti anche da noi gli chef-engineer si stanno adeguando, come Moreno Cedroni della Madonnina del Pescatore che ha registrato il marchio Susci per contraddistinguere il suo sushi all’italiana: voler legare il proprio marchio a un genere di dominio pubblico come il sushi ricorda un po’ il brevetto concesso ad Amazon.com sull’acquisto con un click, e testimonia una tendenza diffusa di irrigidimento sulla tutela delle forme creative, di cui il mercato del software ha costituito la prima evidente manifestazione.




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