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Cambia la musica su Internet?

Scritto da Adem Sehovic

Perde colpi la controversa battaglia legale per il download musicale online che negli anni e mesi passati ha portato in tribunale non poche società, responsabili di gestire servizi di scambio dei file online, ma anche persone comuni, semplici navigatori… I discografici, le cinque major che vedono nello scaricamento di file musicali attraverso la Rete il principale “colpevole” dei loro profitti in calo negli ultimi anni, continuano per mezzo della “famigerata” Riaa a perseguire gli internauti che negli scorsi mesi ed anni si sono resi colpevoli di aver condiviso, dunque messo a disposizione gratuitamente dell’intera comunità dei navigatori, file musicali coperti da copyright.

Ormai, chiunque navighi in Internet con una certa frequenza conosce almeno un dei servizi di scambio dei file peer-to-peer (p-2-p): il più famoso e padre di tutti i servizi p-2-p, Napster, ha dovuto chiudere i battenti ed ha riaperto solo poche settimane fa come servizio di download legale. Ma i suoi figli hanno dimostrato di essere in grado di imparare dagli errori del proprio progenitore; la causa contro Napster è infatti stata l’ultimo grande successo legale della comunità dei discografici contro i software p-2-p. Impotente e disperata, la Riaa (Associazione dell’industria discografica americana) ha allora deciso di colpire gli utenti, i navigatori comuni, come noi.

La legislazione statunitense, secondo quanto sottolinea la Recording Industry Association of America (Riaa, appunto), stabilisce che l’uso di programmi per lo scambio di file p-2-p è un reato sanzionabile con multe che arrivano fino a 150.000 dollari per la singola canzone. Le persone sinora denunciate, semplici internauti che condividevano qualcosa oltre 1.000 canzoni attraverso servizi Internet quali Kazaa, WinMX o Grokster, si vedono ora minacciati di sanzioni milionarie. Tuttavia, i discografici assicurano che sono pronti a negoziare accordi extragiudiziari con multe che vanno dai 2.000 ai 5.000 dollari a seconda del caso.

Colpire gli utenti, dunque i propri fan, i consumatori che dunque dovrebbero comperare questi file musicali proprio dalle cinque major discografiche, non ha certo giovato alla popolarità della Riaa o dei discografici ma ha comunque prodotto il risultato sperato: si scarica sempre meno musica online. È quanto afferma uno studio pubblicato nei giorni scorsi, svolto sugli utenti Internet negli Stati Uniti, secondo cui la percentuale di americani che hanno scaricato musica da Internet è scesa al 14% nel periodo dal 18 novembre al 14 dicembre 2003, mentre la scorsa primavera era del 29%. L’indagine, svolta telefonicamente su un campione di 1.358 utenti, è stata effettuata da Pew Internet. E sempre secondo le stime di Pew, il numero delle persone che scaricano musica è sceso a circa 18 milioni di persone nel periodo invernale, dai 35 milioni di primavera, un calo che si aggira dunque intorno al 50%.


E la musica va in tribunale…

Le azioni legali della Riaa sono state rese possibili grazie ad una più che mai controversa legge USA (a dire il vero, leggi del tutto simili sono in vigore anche in 9 dei 15 stati UE), che consente all’Associazione di chiedere direttamente ai provider Internet di rivelare i nomi degli utenti che utilizzano i servizi p-2-p. Dopo una serie di cause, la Riaa ha costretto alcuni degli ISP americani, reticenti a rivelare i dati personali dei loro utenti, a collaborare. La successiva serie di cause contro i semplici cittadini (il primo procedimento ha visto imputata addirittura una bambina di 14 anni), potrebbe però subire una brusca frenata. Infatti, una sentenza della Corte di Appello di Washington emessa pochi giorni prima di Natale, ha escluso la responsabilità diretta degli Internet Service Provider, che dunque non possono essere costretti a rivelare i nomi dei propri utenti. Un duro colpo per le azioni della Riaa.

Il ricorso in appello era stato presentato dall’ISP Verizon, da sempre contrario alla battaglia della Riaa, ma costretto dopo una lunga battaglia legale a rivelare i nomi dei propri utenti a seguito di una sentenza di condanna in primo grado. Secondo i giudici della Corte d’Appello, però, il provider non può sapere se il materiale scambiato viola oppure no il copyright e pertanto non è responsabile del contenuto che viaggia sulla sua Rete. Di conseguenza, non può essere costretto rivelare i dati personali dei propri utenti che rimangono tutelati dal diritto alla privacy. A meno che, ovviamente, l’ISP stesso non consenta agli utenti di archiviare il materiale scaricato sui propri server.

Intanto, anche i consumatori si ribellano. E presentano una nuova causa, ma questa volta per violazione dei diritti dei consumatori, contro quattro delle cinque major discografiche mondiali (EMI, Universal Music, Sony Music e BMG, mentre Warner Music non viene menzionata) responsabili di aver venduto supporti CD con tecnologie anti-pirateria che non possono essere riprodotti dagli impianti stereo in auto e dai PC. La causa, che dovrebbe essere depositata in tribunale proprio in questi giorni, sarà intentata dall’organizzazione belga Test-Aankoop, che ha annunciando di aver ricevuto oltre 200 reclami da parte di consumatori delusi dai limiti che non consentono la riproduzione dei CD regolarmente acquistati su alcuni dispositivi. L’associazione ha annunciato che chiederà che i dischi protetti non siano più immessi sul mercato e pretenderà il rimborso dei consumatori.


Il consumo “possibile”

La conseguenza, ovvia, delle denunce presentate dai discografici contro i propri clienti è la crescente impopolarità delle major tra il pubblico. Che probabilmente adesso scaricherà meno musica da Internet, pur se pienamente consapevole di commettere un reato, ma questo non vuol dire che continuerà a comperare CD, protetti e non. L’unica possibilità per riportare in crescita i propri profitti - e lo diciamo da tempo - è quello di abbassare i prezzi dei CD, nonché delle canzoni vendute “legalmente” su Internet, facendo in modo che diventino accessibili ad una fascia più vasta della popolazione. Il successo di Apple e del suo servizio di download musicale da 0,99 dollari ne sono una conferma. Ma, se i colossi dell’industria musicale continueranno per la loro strada…

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