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Le opportunità del telelavoro fra produttività e voglia di risparmio

Scritto da Roberto Carminati

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Gli uffici casalinghi e a distanza pronti alla definitiva affermazione dopo le grandi aspettative del passato. Il loro boom viene messo in relazione con la volontà di tagliare i costi e con la crescita di alcune tecnologie
Un andamento lento con possibilità fondate di un rapido balzo in avanti nel prossimo futuro caratterizzerà la vicenda del telelavoro, in procinto di passare dallo status di oggetto misterioso a quello di luminosa realtà globale entro il prossimo biennio.
Questo è per lo meno il convincimento della sezione Emea (Europe, Middle-East, Africa) di At&t, che insieme alla divisione “Intelligence” dell’autorevole “The economist” ha firmato il sondaggio “Il lavoro a distanza nell’organizzazione Net-centrica”.
Pubblicata nella seconda metà del 2003 e realizzata a partire da un campione di 237 quadri aziendali internazionali, l’indagine ha di poco preceduto un’analoga iniziativa di Avaya più focalizzata sul fronte europeo, e colloca sotto l’etichetta di “Teleworker” due diverse tipologie di impiegati. Da una parte la forza lavoro “mobile” o “remote”, che svolge oltre il 20% delle proprie occupazioni lontano sia dalla propria postazione casalinga sia dall’ufficio. Dall’altra i “telecommuter”, che hanno deciso di passare più del 20% della propria vita professionale a casa, pur restando sotto la responsabilità amministrativa di una determinata azienda o di un determinato quartier generale.
Le domande di maggiore interesse fra quelle poste da At&t e dall’Economist ai decisori d’impresa hanno a che fare con le loro aspettative circa la diffusione del telelavoro - nelle sue varie accezioni e declinazioni - e con la possibilità che l’occupazione a distanza possa essere incentivata e supportata in misura più significativa dalle società stesse. Ferma restando la limitata rappresentatività del campione scelto, le risposte ottenute lasciano pochi dubbi circa le prospettive (rosee) di questa forma di flessibilità.

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Il 46% degli interpellati rispondeva “quasi nessuno” alla domanda riguardante il totale dei dipendenti operanti regolarmente da casa nel 2003. Questa percentuale sarebbe destinata a scendere di ben 26 punti entro il prossimo biennio (20%). Dal 38% di “Meno di un terzo” in risposta allo stesso quesito si passerà fra due anni a un 47%, mentre più incoraggianti sono le voci successive. Dall’odierno 7% di aziende dove la metà circa della forza lavoro è casalinga, si dovrebbe balzare al 19%. Infine, con un passo in avanti da due punti percentuali sarà il 6% delle realtà esaminate a offrire a ben due terzi del personale l’occasione di lavorare senza recarsi in azienda.
Degna di nota anche la parte dell’inchiesta riservata al finanziamento del telelavoro, nei termini della messa a disposizione di Pc, tecnologie mobili e di rete, con o senza fili, per soddisfare al meglio le esigenze di un dipendente, ma anche della società cui è legato.
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Il 61% dei responsabili pensa che oggi quasi nessuno riceva aiuto materiale o monetario per le proprie attività remote, ma si crede che nel 2005 solo il 35% darà la stessa risposta. Il 33% (contro il 26 del 2003) quantificherà in “meno di un terzo” il totale dei “remote worker” regolarmente finanziati dall’azienda e crescerà dal 3 al 17% l’incidenza di quanti lo calcoleranno in “circa la metà”. L’opzione “due terzi” sarà selezionata nel 2005 dal 7% degli intervistati (nel 2003 erano 5 su 100) e l‘8% - l’anno scorso il 5 - dirà che la quasi totalità della sua forza lavoro è a distanza.

Pro e contro
Gli sviluppi tecnologici a venire influenzano solo in parte i futuri orientamenti del business. Determinante è il bisogno di tagliare i costi superflui: secondo International telework association and council (Itac) una media pari al 50-70% della superficie di un ufficio resta inutilizzata, con uno spreco quantificabile per le realtà produttive nell’ordine dei 10 mila dollari l’anno. Dal canto proprio At&t aveva calcolato di poter risparmiare qualcosa come 150 milioni di dollari dislocando il 17% dei propri dipendenti in uffici cosiddetti virtuali a tempo pieno; e un altro 40% con contratti part-time. La multinazionale e la struttura di “Intelligence” del periodico ritengono che una certa spinta verso il telelavoro provenga tanto dalla paura di attentati terroristici quanto dal timore di nuove epidemie sul genere della Sars.
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Il miglioramento dei sistemi di comunicazione, con la diffusione ad ampio raggio della banda larga e dell’Internet veloce sono tuttavia elementi decisivi per il 62% del campione. Solo il 38% ha invece posto in cima alla lista dei driver principali l’attenzione alla riduzione delle spese. Stime elaborate dagli analisti e dai grandi nomi del networking mettono poi in relazione l’auspicato boom del telelavoro con la crescita del mercato delle Vpn (Virtual private network, reti virtuali private) basate su tecnologia Ssl (Secure socket layer). Frost & Sullivan ha visto il fatturato del comparto passare dai 20 milioni di dollari del 2002 ai 90 del 2003 (+360%) e altre fonti statunitensi ritengono che proprio grazie al lavoro remoto lo standard Ssl possa guadagnare terreno sui sistemi Internet protocol security (Ipsec).
Ultime, ma non meno rilevanti le notazioni sui possibili ostacoli alla definitiva affermazione degli uffici virtuali. Spicca in quest’ambito il 49% di intervistati da At&t e The economist che ritengono cruciali le problematiche relative alla sicurezza, insieme a quel 56% che, nel corso della stessa inchiesta, ha dimostrato di avere a cuore soprattutto la difficoltà di tenere sotto controllo i dipendenti remoti.
Una preoccupazione condivisa da una ricerca a cura della London school of economics, per la quale la fiducia, tanto dal lato dell’azienda quanto da quello degli impiegati, è un elemento fondamentale per la crescita del telelavoro. Il dottor Carsten Soerensen, che ha coordinato l’iniziativa, pensa che il modello attuale di gestione delle risorse fondato sulla condivisione degli spazi e dei tempi operativi vada rivoluzionato. E che a questo cambiamento necessario siano legate le sorti dei “remote worker” come delle aziende.

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