Arrivano gli indiani
Questa è una storia di ordinaria globalizzazione. Riguarda due paesi, gli Stati Uniti e l’India, e una professione, quella del programmatore di computer.
Parla di software e della gente che li crea, ma anche di mercato, di politiche liberiste e di quanto il futuro sia incerto da una parte all’altra del pianeta.
Una dei protagonisti di questa storia è Aparna Jairam, 33 anni, ingegnere di Bombay con lunghi capelli neri legati da un ferretto e occhi scuri come il carbone. Jairam lavora per la Hexaware e guadagna undicimila dollari all’anno, 22 volte il reddito medio degli indiani.
L’altro è Mike Emmons di Longwood, Florida, che vuole candidarsi al congresso per “sostenere i diritti dei lavoratori statunitensi e impedire che i politici usino gli immigrati per ridurre i loro stipendi”.
Poi c’è Scott Kirwin, ex programmatore del Delaware, licenziato dopo aver addestrato per nove mesi tre programmatori indiani che alla fine hanno preso il suo posto nell’azienda.
“Quello che mi è capitato non riguarda solo il settore delle tecnologie dell’informazione”, spiega Kirwin. “Tutti i lavoratori statunitensi rischiano di perdere il posto a vantaggio di esperti stranieri che guadagnano meno”.
Niente è eterno tranne il cambiamento, recita un antico proverbio indiano.




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