Offshoring: l’azienda ci guadagna. I lavoratori no
Proviamo a contrarre outsourcing e offshore: il risultato è l’esternalizzazione dei servizi It in una nazione con basso costo della manodopera e tasse ridotte. Qualche prospettiva per i neo-disoccupati occidentaliSe gli anni ‘90 sono stati gli anni dell’affermazione dell’outsourcing, ovvero l’esternalizzazione delle attività non primarie dell’azienda (come la gestione dell’It) delegandole ad aziende specializzate, secondo le ricerche di analisti come Gartner, Forrester e Meta il trend che sta caratterizzando questo inizio di decennio è l’estremizzazione del concetto di outsourcing in offshoring, ovvero l’esternalizzazione all’estero (il termine deriva appunto dalla contrazione di outsourcing e offshore).
Infatti ora, con la possibilità per le aziende di usufruire del supporto dell’It collegandosi a erogatori di servizi in Asp (Application service provisioning), poco importa se queste risorse esterne risiedono a 300 chilometri piuttosto che in un’altra nazione o in un altro continente, dove magari il costo del lavoro è molto più basso.
Per cui, mentre una volta erano gli informatici indiani ad emigrare negli Stati Uniti, ora sono le grandi multinazionali come Microsoft, Ibm e Dell a trasferire attività It in paesi di lingua inglese come l’India: secondo gli analisti di Meta Group il mercato dell’offshoring crescerà ogni anno del 20%, e dovrebbe arrivare valere circa 10 miliardi di dollari nel 2005 (diverse le proiezioni di McKinsey, che parlano di una crescita annua addirittura del 65%).
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Anche la gamma di attività oggetto di offshoring si sta ampliando: all’inizio si trattava principalmente dello sviluppo dei programmi e delle attività connesse come la redazione della documentazione, ora grazie agli Asp si è passati a gestire in offshoring anche la manutenzione, il monitoraggio delle reti, il supporto tecnico via telefono.
E se dal lato delle aziende l’offshoring è un’ottima arma per tagliare i costi, per i lavoratori il futuro non è roseo: secondo Forrester Research di qui al 2015 il trasferimento di attività in paesi dell’Estremo Oriente causerà negli Stati Uniti la perdita di circa 500.000 posti di lavoro nel settore It, ed il problema è talmente sentito che una delle mosse del Senatore John Kerry nella sua corsa alla Casa Bianca è stata quella di presentare una proposta di legge che renda più difficoltosa la de-localizzazione dei call center al di fuori del territorio americano (per esempio Microsoft progetta di trasferire la sua struttura di help-desk in India, chiudendo la sede attualmente operativa in Texas).
In Italia l’avanzata dell’offshoring è stata rallentata finora dalle barriere linguistiche, per cui all’offshoring si è sostituito il nearshoring, ovvero l’esternalizzazione verso altre nazioni europee che abbiamo una lingua con comuni radici latine, come la Spagna o la Romania: il risparmio sui salari è comunque significativo (l’entry level di un neolaureato in informatica o ingegneria in Italia è di circa 20.000€ lordi l’anno, mentre in Spagna si aggira sui 15.000€ e in Romania scende a 6.000€); fino a qualche tempo fa si erano mosse seguendo la strategia del nearshoring le multinazionali come Accenture, ma ora anche le piccole software house locali le stanno seguendo, aprendo unità (specialmente di Ricerca e Sviluppo) all’estero.
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Ma di fronte a una concorrenza strutturale tanto forte, come possono reagire le aziende e i lavoratori occidentali? Secondo gli esperti, sulla base del modello di Porter, è necessario puntare sul vantaggio competitivo legato alla differenziazione, visto che non è possibile competere sul prezzo: tralasciare le attività a più forte rischio di offshoring come la manutenzione, concentrandosi su progetti innovativi, arricchire le proprie competenze hard con altre soft, seguire un’evoluzione in cui il programmatore diventa architectural engineer o project manager, affinché al maggior costo rispetto a omologhi indiani o cinesi corrispondano anche skill più significativi.
| I pro e contro dell’offshoring per un’azienda | |
| Pro | Contro |
| Riduzione costi operativi | Rischio paese nella nazione sede delle attività in offshoring |
| Possibilità di scegliere in un mercato del lavoro più ampio, con lavoratori molto motivati e non organizzati sindacalmente | Difficoltà a mantenere un adeguato controllo manageriale |
| Economie di scala soprattutto per le multinazionali, che possono centralizzare presso un unico centro certi tipi di attività | Rischio più elevato dell’interruzione di servizi critici, e conseguente peggioramento della qualità dei prodotti che può tradursi in una disaffezione del cliente finale dell’azienda |




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