L’ombra di Microsoft dietro la strategia di Sco
L’ultimo episodio - in ordine di tempo - della saga “Santa Cruz contro il resto del mondo” saluta l’attesa entrata in scena di Bill Gates: è lui l’ispiratore delle mosse dell’azienda di Lindon? Fioccano, manco a dirlo, le smentiteSe non fosse che ci sono miliardi di dollari in ballo, la battaglia che oppone Sco (e i suoi alleati) al resto del mondo informatico (e non, ormai) assumerebbe sempre più i connotati della soap opera senza fine.
C’era da aspettarselo già dal principio: le mosse dell’azienda di Lindon - che lamenta presunte violazioni contrattuali sulle licenze relative a Unix, sull’appropriazione dei sorgenti di quest’ultimo e sul successivo trasferimento nel kernel 2.4 di Linux - non potevano essere il classico sasso nello stagno.
Per evitare di perdersi, è necessario - secondo la logica del feuilleton - riepilogare quanto accaduto nelle puntate precedenti.
Nel solo 2004 l’azienda di Darl McBride, dopo avere subito un attacco di tipo Denial of service (Ddos) andato a buon fine, ha inviato a tutti i licenziatari Unix la richiesta di non usare Linux e di non contribuirvi, pena la revoca della licenza concessa. Ha poi comunicato a numerose aziende utenti Linux il codice che ritiene essere stato ivi incluso illegalmente e ha infine intentato causa a Novell, accusata di calunnia per aver dichiarato di possedere diritti sul sistema operativo Unix, proprio mentre quest’ultima entrava in pompa magna nel mondo Linux con l’acquisto di Suse e Ximian.
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Nel frattempo, tanto i membri della comunità Linux (Torvalds in testa) quanto le realtà citate in giudizio (da Ibm a Red Hat, da Novell fino a Osdl) facevano fronte comune contro Sco, con veri e propri fondi di protezione nei confronti dei propri clienti contro eventuali azioni legali intraprese dall’azienda di Darl McBride.
Dopo essere stata bersaglio di Mydoom (e avere dovuto cambiare i record Dns relativi al proprio nome di dominio), Sco rivelava il nome della prima azienda che aveva sostanzialmente patteggiato con lei, corrispondendole quanto richiesto nel piano proprietario Intellectual property license program: si tratta di un fornitore di hosting dedicato, EV1 Servers.Net.
Subita una battuta d’arresto in Germania (un rivenditore Linux otteneva un accordo extragiudiziale con la filiale locale, Sco Gmbh, con cui di fatto metteva al riparo gli utenti Linux tedeschi da possibili azioni legali di Sco nei loro confronti), l’azienda di Lindon ne subiva una più grave: una perdita netta nel primo trimestre finanziario (chiuso a fine gennaio 2004) superiore a quanto registrato l’anno precedente nello stesso periodo, cui corrispondeva un deprezzamento del 12,51% delle proprie azioni sul Nasdaq.
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Cause a tutto campo
Pochi giorni fa, il giudice della Corte distrettuale dello Utah, Brooke C. Wells ordinava a Ibm di mostrare 232 file Aix che Sco riteneva essere stati illegalmente riversati su Linux, e a Sco di identificare tutte le linee di codice ritenute illecite in Linux, e di provenienza Aix o Dynix (gli Unix proprietari Ibm): parità sostanziale, quindi, tra i due contendenti.
Siamo ormai arrivati alla cronaca recente: stavolta, era il turno di un colosso informatico - Computer Associates - di ammettere l’adesione a Sco IP Property (una mossa tanto pragmatica quanto inaspettata, stando almeno alle dichiarazioni in precedenza filtrate da quel di Islandia e improntate al pieno sostegno a Linux).
Ma la notizia più eclatante riguarda la causa intentata a due aziende del settore automobilistico da parte di Sco: Auto Zone, specialista in accessori per auto, quotata al Nasdaq, e il colosso Daimler Chrysler. La loro colpa, ovviamente, sarebbe quella di usare Linux senza corrispondere alcuna royalty a Sco.
I colpi di scena non sembrano comunque finiti: sul sito Web di Open source initiative (Osi) è recentemente comparsa una e-mail che renderebbe vera una illazione circolante da tempo: dietro Sco ci sarebbe il nemico del Pinguino per antonomasia, Microsoft, che avrebbe investito quasi 100 milioni di dollari nell’azienda di Lindon pur di togliere dalla circolazione il temuto Linux.
Tanto Microsoft quanto Sco hanno negato quello che agli avversari appare essere un lampante accordo. La e-mail risale allo scorso ottobre ed è indirizzata da Mike Anderer, un consulente di S2 Strategic Consulting, a Chris Sontag, vicepresidente della divisione Sco Sco Source, focalizzata sulle problematiche relative ai diritti di proprietà intellettuale.
Il presidente di Osi, Eric S. Raymond ritiene che i legami tra S2 e Sco siano molto stretti: la società ha stipulato nello scorso giugno un contratto con Sco per aiutarla a “formulare e implementare varie opzioni per la gestione di Intellectual Property”.
Il ruolo di S2 è cioè quello di aiutare Sco a rendere il più redditizio possibile il proprio programma di rivendicazione della proprietà intellettuale su Unix.
Quattro giorni dopo l’invio della e-mail - il 16 ottobre 2003 - Sco ha ricevuto un’iniezione di 50 milioni di dollari in contanti dalla venture capital Baystar, che tra i propri investitori principali annovera Vulcan Capital, il mezzo di investimento privato di un certo Paul Allen, cofondatore di Microsoft e attualmente secondo maggiore azionista dell’azienda di Redmond dopo Bill Gates.
Il contenuto, così commentato da Osi, non lascia molto spazio alle interpretazioni: l’azienda di Redmond avrebbe giocato un ruolo primario - anche se opportunamente defilato - nel finanziare Sco.
Mentre da Sco i commenti sono più ironici che sdegnati (“Microsoft non ha investito un centesimo in Sco”), gli ingredienti per un legal thriller ci sono tutti, a patto che gli sceneggiatori abbiano un’ incredibile capacità di sintesi.
Altrimenti il copione si avvicinerebbe molto alla soap opera di cui abbiamo già fatto menzione.




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