Pagate per entrare nell’indice!
Il programma di paid inclusion della ricerca di Yahoo minaccia la credibilità del sistema, dicono i concorrenti. Non è vero: pagare non significa influenzare il ranking, ribattono i dirigenti del portale che ha lanciato un’offensiva in grande stile per scalzare GoogleNel confronto ormai quotidiano fra Google e Yahoo sul fronte della ricerca su Internet, adesso è il momento del paid inclusion.
L’argomento per la verità non è nuovo, ma è ritornato di grande attualità, dopo che Yahoo la scorsa settimana, ha riunito in Overture Site Match le varie iniziative di inclusione a pagamento di un sito nell’indice della ricerca ereditate dalle aziende acquisite.
Il paid inclusion è diverso dai risultati sponsorizzati che in genere i motori di ricerca collocano in un’area separata della lista. Nel caso delle inclusioni a pagamento, invece i risultati non vengono differenziati rispetto a quelli selezionati “spontaneamente” dal sistema.
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La parte non commerciale del programma comprende una serie di partnership con alcune istituzioni no-profit, per esempio Project Gutenberg, Wikipedia e numerose biblioteche, su tutte la Library of Congress; e poi la Cuneiform Digital Library Initiative della Ucla, un progetto per rendere disponibile su Internet materiali della civiltà babilonese; o la National Science Foundation.
In sostanza, secondo i portavoce di Yahoo, la parte non-commerciale di Cap punta in generale all’inclusione di siti con contenuti di alta qualità che spesso sono ignorati dai motori di ricerca, quelli che contribuiscono a comporre il cosiddetto “invisible Web”.
Cap, spiega Yahoo, permetterà a chi pubblica contenuti su Internet di interagire meglio con la tecnologia di ricerca dell’azienda, fornendo direttamente le pagine Web che saranno poi aggiunte all’indice e incluse nei risultati, in base alla rilevanza rispetto al termine ricercato: in sostanza il posizionamento in una ricerca sarà sempre determinato dalla qualità del sito.
Quest’ultimo aspetto, sottolinea con forza Yahoo, vale anche per i siti inclusi a pagamento (nell’ambito di Site Match), che non riceveranno alcun trattamento di favore di fronte agli algoritmi di rilevanza.
Tim Cadogan, vice president responsabile della ricerca di Yahoo, citato da Search Engine Watch sostiene che il nuovo programma di acquisizione dei contenuti per l’indice porterà a una relazione più trasparente e strutturata fra chi crea l’index e chi gestisce i siti che si sottopongono a Yahoo. Il che si dovrebbe tradurre, per esempio, in una serie di linee guida che spieghino quali siano i criteri di ranking. Un altro aspetto giudicato importante è la maggiore attenzione e cura per l’uso dei metadata relativi alle pagine indicizzate.
Insomma, promette Yahoo, il programma migliorerà la ricerca. Nessun pericolo di inquinamento dei risultati da parte del paid inclusion: c’è una barriera invalicabile fra il servizio a pagamento e il ranking di rilevanza, ha ribadito Cadogan nel corso di un dibattito al Jupitermedia Search Engine Strategies, a New York, la scorsa settimana.
Google non è daccordo con questa idea. E continua a ribadire il rifiuto di ogni pratica di paid inclusion, come ha ricordato nel medesimo dibattito Craig Silverstein, direttore della tecnologia dell’azienda.
Continueremo a bandire qualsiasi tipo di paid inclusion dall’indice e a mantenere la stretta separazione fra l’index e i link sponsorizzati [che però, come detto, sono una cosa diversa dal paid inclusion, ndr], ha spiegato. Questo perché è difficile essere sicuri che il risultato del lavoro dell’algoritmo alla fine sia lo stesso, se nell’indice sono inseriti i siti che pagano; come è difficile assicurare che tutti i siti siano trattati correttamente.
Aspetto fondamentale della questione, è quello che riguarda la collocazione dei risultati del paid inclusion nel contesto dei risultati complessivi. Si tratta di un problema che negli Stati Uniti la Federal Trade Commission aveva affrontato nel 2002 con una serie di raccomandazioni ai motori di ricerca.
Soprattutto è controverso il modo di segnalare il paid inclusion. In Yahoo, per esempio, non viene esplicitamente indicato quando il link riguarda un sito che ha pagato per l’inclusione, e il sistema si limita a spiegare, in una pagina di informazione - linkata in testa alla lista - che i risultati potrebbero includere siti che partecipano al programma Site Match.
Questa politica di Yahoo rischia di intaccare la credibilità del suo sistema tutto nuovo di ricerca come affidabile alternativa a Google. Inoltre, anche se ripetutamente in questi giorni i dirigenti di Google hanno confermato il rifiuto di ogni inclusione a pagamento, alcuni osservatori cominciano a notare che probabilmente il più popolare motore di ricerca sarà costretto dalle condizioni di mercato ad adottare un programma “paid for” di questo tipo.




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