Comprare in Rete? Connettersi sarebbe già un successo!
Un sondaggio compiuto su oltre 16 mila consumatori europei mette in evidenza una propensione oltremodo scarsa agli acquisti su Internet. Sensazionali, in particolare, le ragioni addotte a giustificazione dell’impopolarità del commercio elettronicoNon lasciano troppo spazio all’ottimismo i dati in materia di e-commerce che il commissario europeo per la salute e la protezione dei consumatori David Byrne ha snocciolato nel corso dello European consumer day di Dublino. Oltre alla scarsa propensione dimostrata dall’utenza continentale verso il B2c fanno sensazione le ragioni di una simile diffidenza, aventi a che fare con quella che sembrerebbe una evidente situazione di arretratezza tecnologica.
Dei 16 mila e 207 cittadini dell’Europa dei 15 intervistati direttamente solo il 16% avrebbe fatto shopping sul Web almeno una volta nella vita. In netto vantaggio da questo punto di vista sono, com’era lecito aspettarsi, le nazioni del nord Europa: i danesi al 36 e gli svedesi al 37%. Sospettabile fanalino di coda i greci (3%) e i portoghesi (4), ma non molto maggiore è la familiarità con il media mostrata dai nostri paisà, e-buyer in 7 casi su 100 contro i 9 della Spagna, i 12 della Francia, i 17 dell’Irlanda.
Condotto fra l‘1 e il 30 settembre del 2003 e pubblicato all’inizio di marzo, il sondaggio prende in esame anche le differenze di età, ceto sociale e istruzione che separerebbero in Europa gli acquirenti on-line dagli e-scettici. Solo il 5 % di quanti sono rimasti fra i banchi di scuola sino ai 15 anni compra su Internet; quota che sale al 28% fra chi ha studiato sino a 20 anni e oltre.
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Il commercio elettronico è roba da ricchi, dice lo “Eurobarometer” realizzato da European opinion research group: solo l‘11% dei cittadini a basso reddito lo utilizza, contro il 29% dei più abbienti. È roba da cittadini (21%) e non da abitanti delle campagne, 14% dei rispondenti; da manager (32%) e non da operai (16%). Tutti numeri e fatti che a nostro avviso contraddicono proprio alcuni fra i presupposti più interessanti delle vendite on-line: l’accessibilità di determinati beni anche al di fuori dei grandi centri urbani a maggior densità di negozi, per esempio; accanto alla convenienza delle vetrine telematiche (che dovrebbe renderle appetibili proprio a chi deve far bene i propri conti) rispetto al mondo in calce e mattoni. La transazione su Internet è infine tipicamente giovane: solo il 6% degli over-55 l’ha sperimentata. Messo in relazione con paesi ad alto tasso di invecchiamento come la Penisola, non sembra un dato confortante.
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Fra quanti hanno assaggiato le meraviglie dei business-to-consumer le preoccupazioni circa la sicurezza dei pagamenti sono state sentite in maniera piuttosto evidente (48% degli interpellati). Non è stata tuttavia la paura di essere gabbati a tener lontana la grande massa critica dagli store virtuali, bensì motivi più essenziali e allo stesso tempo più preoccupanti. Un significativo 57% di potenziali clienti, molto semplicemente, ha dichiarato di non avere accesso a Internet. Questo non soltanto nelle nazioni da 3-4% menzionate più su, bensì pure in alcuni dei paesi comunemente annoverati fra le avanguardie della Net-generation. Ha risposto così il 58% dei sudditi di Elisabetta II chiamati in causa e il 64% dei tedeschi dell’Ovest (ex-comunisti al 71%), insieme a un bel 66% di transalpini.
La presunta vulnerabilità di Internet e i rischi del pagamento con carta di credito non sono nemmeno al secondo posto fra i motivi di disaffezione citati. Qui, infatti, per buona pace degli ottimisti elettronici e con un sostanzioso 28% di preferenze continentali, spicca la voce: “Non sono interessato a fare acquisti in questa maniera”. E venne l’ora del “no-commerce”.




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