Mi chiamo Phatbot, amo il P2p e genero zombie
L’erede del già tristemente noto Agobot è un Trojan che sembra aver eletto le reti peer-to-peer a proprio domicilio. Comincia proprio di lì, infatti, la sua opera di creazione e moltiplicazione di network di macchine interamente soggette ai suoi ordiniNella zona d’ombra che si trova al crocevia tra i virus, i software un po’ ambigui, e tutta quella serie di altri strumenti informatici non troppo amati, è entrato di recente anche il misconosciuto Phatbot. E con lui, la paura. Forse anche a causa della specie di psicosi collettiva che da qualche tempo tiene banco nell’era digitale, a temere per l’inedita presenza sono stati un po’ tutti, nel privato come nel settore istituzionale, ancora prima di avere le idee sufficientemente chiare sulla vera natura della nuova entità.
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Appartiene alla categoria dei trojan, i moderni cavalli di Troia dei sistemi info-telematici: anche in questo caso, nessuno stupore. È inoltre l’erede naturale di “Agobot” ed è capace di attaccare Windows facendo leva su alcune delle sue note vulnerabilità, non diversamente da tanti altri suoi simili che da qualche tempo circolano in Rete con intensità sempre più elevata. Nel complesso, nulla di particolarmente eclatante, si direbbe.
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Grazie a tale attitudine è in grado di trasformare le macchine che attacca in nodi di fantomatiche reti ammorbate, all’interno delle quali i computer infettati risultano totalmente assoggettabili al controllo remoto e diventare quindi una sorta di milizia mercenaria, sebbene inconsapevole, per i malintenzionati che intendono creare scompiglio nella Rete. In una parola, si trasformerebbero in cosiddetti “zombie”.
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