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La posta del grande fratello

Scritto da Luigi Gavazzi

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Per Google cancellati anni di buona stampa: Gmail viola la privacy. “Il sistema” non solo leggerà i messaggi per collocarci le pubblicità contestualizzate, ma potrebbe fare un collegamento fra i contenuti delle comunicazioni dell’utente e le sue ricerche su Internet
Ancora non funziona, ma Gmail, il servizio di e-mail gratuita di Google è già un caso. Tutti ne parlano (la mossa dell’annuncio il primo aprile da questo punto di vista è stata magistrale) anche se, per la verità - e questo Larry Page e i suoi non se lo aspettavano - molti ne parlano con preoccupazione per via delle possibili violazioni della privacy.

Certo stuzzica l’idea di avere tanto spazio a disposizione per conservare la posta elettronica - 1 gigabyte, qualcosa come 500mila messaggi; e di poter usare la combinazione di funzioni di ricerca cui ci si è abituati con Google dentro quei pozzi di informazioni utili ma disperse, confuse fra spam e materiale inutile, che sono le caselle di posta elettronica.

Tanto più che, come ricorda il comunicato stampa di Google, grazie alla ricerca non ci si dovrà più preoccupare di classificare la posta in cartelle e sottocartelle. Si potrà anche usare il metodo di organizzazione che raggruppa i messaggi come brani di conversazione, con l’insieme delle risposte generate, un po’ come succede nei gruppi di discussione.

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Da un progetto che - a sentire il racconto che ne fanno i Pr dell’azienda - è stato concepito nell’ambito di quel 20% di tempo che gli ingegneri di Google devono/possono dedicare a idee che li interessano e non sono direttamente legate ai loro doveri quotidiani, sta dunque per nascere un servizio che potrebbe trasformare il modo di usare l’applicazione più popolare fra gli utenti di Internet e costringere a contromosse dispendiose concorrenti come Microsoft con Hotmail, e Yahoo. E in generale tutte le webmail più o meno popolari.

Fin qui dunque, come non entusiasmarsi?

L’operazione Gmail però rilancia con argomenti più forti le preoccupazioni sullo strapotere di Google e il suo ruolo di grande fratello della rete: soprattutto privacy in gioco, dunque. In effetti, nelle mail Google collocherà i suoi “relevant text ads”: le pubblicità di solo testo che vediamo abitualmente sulla destra nelle pagine che portano i risultati di una ricerca e che hanno a che fare con l’argomento implicato dalla ricerca stessa. Da qualche mese queste pubblicità si incontrano anche all’interno dei siti che partecipano al programma Ad Sense.

Questo significa, in sostanza, che il sistema di Gmail assegnerà gli annunci pubblicitari in modo che siano rilevanti rispetto a ciò di cui si scrive nelle mail. Quindi, per semplificare, che Gmail “leggerà” la posta. Nella descrizione del servizio, Google si è immediatamente preoccupata di ricordare che la «combinazione fra le pubblicità e il contenuto delle mail [avviene attraverso un] processo completamente automatico condotto da computer che utilizzano la stessa tecnologia che lavora con AdSense».
Nessun essere umano, assicura Google, «legge la vostra posta per collocarci le pubblicità, e né il contenuto dell’e-mail né altre informazioni che permettano l’identificazione personale sono fornite agli inserzionisti»

La rassicurazione sul fatto che siano computer e non persone a leggere la posta non pare comunque tranquillizzare i gruppi che vigilano sulla violazione della privacy. Questo anche se, per esempio, si può ricordare che i programmi anti-spam effettuano controlli nelle mail alla ricerca di parole che possano indicare messaggi spazzatura.
Forse però l’intrusione delle pubblicità “contestuali” è così evidente che ricorderebbe ogni volta che il contenuto dei messaggi è passato in rassegna. Il che potrebbe disturbare notevolmente gli utenti, per esempio quando la sfera personale fosse messa in causa: un conto sarebbe la pubblicità di un nuovo paio di scarpe da calcetto nelle e-mail scambiate con gli amici che organizzano la partita; ben diversa sarebbe quella di un farmaco quando ci si scambiano mail relative a disturbi fisici o psicologici.

Un aspetto ancora più preoccupante riguarda la possibilità che Google associ gli utenti di Gmail alle ricerche che essi fanno su Internet. Qui entra in scena il famoso cookie di Google che rimane attivo fino al 2038. Il cookie registra tutte le ricerche effettuate dal browser: ora il sistema potrebbe collegare quelle ricerche a un’utenza di posta, quindi a un’identità.
Interpellato sulla questione dal Los Angeles Times Larry Page, uno dei fondatori di Google, ha pensato bene di dire che l’azienda non ha ancora deciso se effettuare tale collegamento, e che potrebbe essere molto utile conoscere questo tipo di informazione.

D’altra parte, leggendo la privacy policy di Gmail si scopre che «Copie residue di e-mail potrebbero rimanere sui nostri sistemi anche dopo che li avete cancellati dalla vostra casella o dopo la cancellazione del vostro account»: ulteriore fattore di preoccupazione, quindi.

Alcune organizzazioni per la tutela della privacy, come Privacy International o Bits of Freedom, hanno anche ricordato come le norme di tutela della riservatezza europee siano più severe rispetto a quelle americane e come Gmail rischi di incorrere in denunce e indagini delle autorità preposte.

L’intera faccenda privacy potrebbe avere ripercussioni negative sul successo dell’iniziativa Gmail, e complessivamente sull’immagine di Google, proprio in un periodo nel quale si prepara la quotazione in borsa e l’azienda per sostenere la concorrenza agguerrita di Yahoo e Microsoft prova a espandersi oltre il search engine.
Come nota The Register fino a oggi Google se l’è sempre cavata con una generale simpatia da parte della stampa, anche grazie alla “retorica della macchina” che ha evitato di attribuire alle persone che lavorano in azienda la responsabilità dei risultati delle ricerche - decide il neutrale “page rank” - o della scelta delle notizie di maggior rilievo su Google News. Ora questa richiesta di fidarsi dei computer per quanto riguarda la privacy della posta elettronica potrebbe rivelarsi un autogol.

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