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Tutto quel che sapevate (sul file-sharing) è falso

Scritto da Roberto Carminati

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Lo dice un recente studio condotto dal prestigioso ateneo di Harvard e da alcuni ricercatori della Carolina del Nord, secondo i quali la presunta correlazione fra calo delle vendite di dischi e swapping sarebbe basata, quanto meno, su indizi molto labili
L’equazione secondo la quale il diffondersi del file sharing sarebbe fra i principali responsabili dell’attuale debacle dei mercati discografici convince sempre meno. Se i Cd vendono poco, anzi, la colpa è di strategie di vendita talmente miopi da aver permesso sin qui la lievitazione a dismisura dei loro prezzi di listino. Fra la moltiplicazione dei nodi dedicati alla condivisione dei documenti audio avvenuta negli ultimi anni e la crisi dell’industria non esisterebbe infatti alcuna relazione.
A sbandierare questo convincimento non sono né gli esponenti di una qualche associazione no-copyright né un manipolo di punk abituali frequentatori di Kazaa & Co., bensì alcuni docenti presso le università di Harvard e di Chapel Hill nella Carolina del Nord, della cui serietà non esiste ragione di dubitare.

Musica, file sharing e denaro
» Tutto sulle note in arrivo dalla Rete
Felix Oberholzer-Gee (Harward) e il collega del North Carolina Koleman Strumpf sono rimasti incollati a due dei superserver della rete Open Nap per ben 17 settimane. Per 17 settimane hanno raccolto informazioni utili su un totale di un milione e 750 mila operazioni di download, confrontando in seguito i dati ottenuti con quelli del Sound Scan di Nielsen circa l’andamento delle vendite di compact disc.
“Quando abbiamo visto per la prima volta i risultati finali dell’indagine - avrebbe dichiarato l’esimio Oberholzer-Gee ad alcuni organi di informazione statunitensi - ne siamo stati molto sorpresi”.

L’impatto statistico del fenomeno-P2p sul commercio di dischi sarebbe infatti “indistinguibile dallo zero” e lo scaricamento di musica dalla Rete equivarrebbe un po’ “all’ascolto di una Top 40”. Null’altro che un punto di partenza, cui farebbe quasi necessariamente seguito l’acquisto di un vero e proprio disco, il cui valore economico sarebbe sostituibile soltanto da 5.000 o più download.
L’utente-tipo di Edonkey e dintorni non sarebbe fra l’altro interessato a salvare sul proprio computer l’equivalente di un intero album, anzi: secondo i due accademici più del 50% delle canzoni presenti su Cd di cui lo studio ha tenuto traccia non erano mai state prelevate dal Web.

Nel sottolineare come esista invece una relazione stretta fra la frequente rotazione di certi brani alla radio o in Tv e la loro presenza in cima alle preferenze del Web, Harvard e Chapel Hill hanno sostanzialmente tacciato di insensatezza l’intera politica delle associazioni di settore, del governo Usa e delle major in materia di (lotta al) peer-to-peer.
Il ricorso alle vie legali contro la generazione-Napster è, oltre che inutile, una pessima mossa dal punto di vista dell’immagine. Recenti indagini hanno inoltre mostrato che più della metà delle operazioni di condivisione illegale vengono dall’Europa e dal Canada, con tedeschi e italiani ai primi posti del contrabbando telematico.

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