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Il file sharing è stato sconfitto. Lo dicono i discografici

Scritto da Fabio De Lorenzi

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Stando alle più recenti ricerche di Ifpi la percentuale degli swapper sarebbe in netta discesa. Il merito, per dir così, va all’azione dei governi e soprattutto alle operazioni di polizia condotte capillarmente ovunque. Così è, se vi pare
Le minacce, le cause legali, i deterrenti vari e affini a quanto pare funzionano. Eccome. La tesi è verosimile e risulta oggi addirittura superfluo ricordare come un happy end di questo tipo fosse largamente previsto dai più, sin dagli albori della campagna lanciata dall’estabilishment musicale contro lo scambio (illegale) di file.
Si tratta però di una tesi parziale, anzi fatta propria dalla controparte per eccellenza, cioè Ifpi - l’organismo dell’industria discografica che rappresenta le label a livello internazionale - e come tale corre il rischio di costituire a sua volta un’arma di lotta più che la fotografia neutrale di un fenomeno.

Musica, file sharing e denaro
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Dietrologie (?) a parte, ecco quanto emerge dall’ultimo sondaggio dell’associazione. Per cominciare qualche cifra: 800 milioni sono i file musicali che oggi circolano illegalmente sui network di condivisione. A gennaio ce n’erano 100 milioni in più mentre nel giugno dello scorso anno erano 1 miliardo e 100 milioni.
Nei paesi censiti (Francia, Regno Unito, Danimarca e Germania) sette persone su dieci sono consapevoli che il file sharing sia una pratica non autorizzata, a fronte del 66% registrato prima dell’avvio della campagna di sensibilizzazione. Dall’anno scorso (giugno 2003) la quantità di download è scesa del 25%; 8 mila sono gli euro pagati da un file swapper tedesco come indennizzo per i file illegali trovati nel suo Pc mentre diverse altre migliaia di euro sono stati pagate da 17 danesi per dirimere un’analoga vicenda in via extra-giudiziale. 30 le cause individuali promosse finora in Italia e sono infine 23 milioni i messaggi istantanei che le associazioni dei discografici hanno inviato sui sistemi di file sharing con l’invito a non immettere nei network brani protetti dai diritti d’autore.

Il report prosegue segnalando come nel vecchio continente Francia (con l’iniziativa Action Plan di recentissima presentazione), Svezia e Gran Bretagna in testa abbiano già lanciato campagne ad ampio spettro per informare dei rischi cui va incontro che viola le leggi sul copyright.
Senza il coinvolgimento diretto delle amministrazioni statali, probabilmente tutto questo non avrebbe mai potuto verificarsi, o quantomeno non così rapidamente. Per questo, in un capoverso del testo che contiene i risultati dell’indagine, il big boss di Ifpi si rivolge direttamente agli esecutivi dei vari paesi riconoscendone pubblicamente i meriti: “Anche i governi giocano un ruolo importante nella lotta al file sharing - dichiara Jay Berman - che affligge la musica come diversi altri segmenti industriali in cui sono al centro le opere dell’ingegno e che globalmente muove un qualcosa come 1.000 miliardi di euro. Diamo quindi il benvenuto al supporto che proviene dai vertici degli stati”.

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