I tre giorni del Sónar
Musica d’avanguardia, progetti artistici in Rete e il forum internazionale delle micronazioni nell’undicesima edizione dell’affollatissimo festival catalanoVAI ALLO SPECIALE »
Come sempre, e più che mai, anche in questa edizione 2004 il Sónar di Barcellona è stato soprattutto musica. D’avanguardia, elettronica, sperimentale, digitale, suonata, campionata, (re)mixata e quant’altro si può fare oggi con ogni possibile derivato del sintetizzatore creato da Bob Moog esattamente 50 anni fa (ovviamente il compleanno è stato festeggiato proprio al Sónar, con una conferenza - dibattito nella sede del CCCB). Non ci addentreremo in distinguo, critiche e apprezzamenti, che lasciamo alle riviste specializzate. Per i più curiosi la tracklist del doppio CD di questa edizione del festival spagnolo è pubbicata sul sito e i brani sono facilmente reperibili.Inoltre bastano alcuni numeri (relativi all’edizione del 2003) per dare l’idea di ciò che è diventato il fenomeno - Sónar: in 3 giorni 90 mila spettatori, 150 tra concerti e dj set, oltre 100 film proiettati e più di 200 tra progetti multimediali e installazioni. Per l’edizione 2004 Enric Les Palau, Sergio Caballero e Ricard Robles, il terzetto a capo della Direzione Artistica ed Esecutiva, hanno cercato di fare meglio.
Vogliamo però sottolineare alcune sperimentazioni musicali che vanno ancora oltre, e in avanti, rispetto all’idea di advanced music e a quanto proposto nei diversi stage delle due anime del Sónar, quella diurna e quella notturna. Ci riferiamo alla sezione Mùsica à la Carta, inserita nel più vasto programma del Sónar à la Carta.
Mùsica à la Carta, menù per rompere gli schemi
Tradizionalmente, e semplificando, la musica è prima composta, poi suonata e, nello stesso momento, ascoltata. La digitalizzazione degli strumenti di produzione musicale permette ora invece di annullare le differenze di ruolo tra chi compone, suona o ascolta. Come nel caso dell’Audio Generativo di a+r: in questo caso è il codice del software di programmazione che, autonomamente, compone i suoni, li produce e nello stesso momento costituisce il suono stesso che si ascolta.
Senza giungere a questi risultati anche Vidal Romero indaga il rapporto tra la tradizione e le nuove frontiere aperte dalla digitalizzazione della musica. Cosa succede quando si infila lo spinotto di una chitarra in un laptop? La risposta di Romero è Glitcharras (chitarra e glitches), con tutte le sue inimmaginabili modificazioni del suono.
E sullo stesso ponte tra tradizione e innovazione si trova Pablo G. Polte con il suo progetto Laptop Folk. Se la musica folk rappresenta la tradizione, forse immutabile, il suo incontro con un laptop può aprire nuove strade, o forse, semplicemente, riaprire quelle tradizioni che rischiano di finire dimenticate. E se la musica elettronica può guardare al passato, salvaguardando le tradizioni, può anche guardare al futuro, trasformandosi in veicolo di propaganda politica.
Nulla di nuovo, musica e canzoni hanno una lunga tradizione di militanza, ma la rivoluzione digitale dei nostri giorni permette di sostituire la tradizione orale con nuove potenzialità di divulgazione. Come ha ben capito Oriol Rossell con il suo progetto Politrónica, che unisce politica e musica elettronica: musica dai precisi connotati politici (qualche titolo: Metaxu e “25031999 Belgrado”; Random Inc. e “Jerusalem #7”, Muslimgauze e “Hezbollah Radio Advert”) alla quale la tecnologia digitale garantisce nuovi canali di diffusione più veloci e più pervasivi, come le radio sul web, il file sharing di Mp3, la masterizzazione dei CD, la conservazione nei player portatili.
Arte Digital à la Carta: i collettivi artistici della Rete
Ovviamente nel programma di Sónar à la Carta non potevano mancare alcune proposte di arte digitale, video e Net art. Se tralasciamo i video (segnalando però il grande spazio dedicato alla produzione di filmati musicali di Roman Coppola, da “Honey” di Moby a “Revolution 909” di Daft Punk fino a “Gangsta Trippin” di Fat Boy Slim) è perché, come sempre, i progetti basati sulla Rete uniscono allo sfruttamento delle potenzialità offerte dalle tecnologie digitali per creare immagini affascinanti un valore collaborativo unico nel suo genere. È il caso del progetto Processing presentato da José Luis de Vicente (docente di new media alla Escuela Elisava di Barcellona e curatore di mostre di arte digitale).
Tre sono gli obiettivi di questo esperimento basato sulla Rete: sviluppare un linguaggio di programmazione per i nuovi creativi digitali; diffondere conoscenza attraverso il Web per le nuove generazioni di artisti della Rete; creare un network di sperimentatori e creatori artistici aperto e non elitario. I computer sembrano promettere enormi possibilità di sviluppo nella creazione artistica, ma perché questo avvenga è necessario che si impari a parlare la loro lingua: fino a quando il linguaggio di programmazione sarà visto come una formula esoterica non ci sarà vero sviluppo nell’uso dei computer e del Web.
Tra le opere presentate da José Luis de Vicente al Sónar sono da segnalare quelle di alcuni nuovi maestri della grafica algoritmica come D-Cell di Casey Reas, Amoeba Abstracts 1-3 di Marius Watx e City. Traveler di Jared Tarabel.
Forse è proprio a causa di questo diffuso analfabetismo dei linguaggi di programmazione che la software art è ancora in cerca di una definizione univoca in grado di racchiudere le domande che i Net artisti pongono con ogni opera: qual è il ruolo dei software nella nostra produzione culturale? Quale il loro rapporto con la nostra vita? Che grado di infallibilità ha il mondo abitato dalle reti informatiche e dai software di gestione delle informazioni? Il Sónar probabilmente non avrà messo il punto finale sul dibattito, ma alcune tra le opere presentate sembrano contribuire fattivamente alla riflessione in atto. Discomus è un progetto russo (anonimo) che nasconde una sorpresa: un floppy disc può suonare per noi una canzone di folk tradizionale russo. Anche Tempest For Eliza del tedesco Erik Thiele dimostra che i computer possono avere talento musicale: un desktop è collegato a una semplice radio AM - FM e le onde elettromagnetiche captate dalla radio e trasmesse al computer si trasformano in onde grafiche sullo schermo e in nuovi suoni da ascoltare in cuffia. Altre volte il rapporto tra uomo e macchine è decisamente meno amichevole, come ci dicono i ricercatori dell’Institute For Applied Autonomy con il progetto iSee: basato su un semplice software di mappatura territoriale come MapQuest, iSee ci permette di pianificare il percorso attraverso Manhattan incappando nel minor numero possibile di videocamere di sorveglianza. Anche Visual Poetry dell’olandese Douwe Osinga cerca il pelo nell’uovo del rapporto tra noi e la Rete. Quante volte ci è capitato di cercare un’immagine in Rete con Google? E Quante volte non ci siamo riusciti al primo tentativo? Se la risposta è “abbastanza spesso”, lo è perché tra il nostro immaginario, con cui associamo le parole alle immagini, e quello di Google (o di qualsiasi altro sistema in Rete) esiste ed esisterà sempre qualche sottile differenza di vedute. Grazie a questo ogni volta possiamo negoziare l’accordo con il motore di ricerca inserendo nuove e più sofisticate chiavi.
L’esposizione universale delle micronazioni a SónarMática
Dopo 10 anni, e dopo aver mostrato il meglio dell’arte elettronica tra anni novanta e duemila, SónarMática cambia ubicazione, spostandosi nella sede della Capella dels Àngels - fuori dall’area Sónar by Day ma giusto accanto alla sede del Macba - e si presenta con uno dei fenomeni culturali più affascinanti e interessanti di questo tempo: le micronazioni.
Velleitarie o virtuali, utopiche o futuribili, concrete o immaginarie, le micronazioni sono una realtà concreta almeno in Internet, mezzo dal quale hanno tratto nuovo slancio dopo il fuoco creativo dell’inizio degli anni settanta del novecento. Nella Rete si sono moltiplicate ambasciate virtuali o consolati digitali, forum di discussione ma anche cybercomunità che intrattengono autentici rapporti diplomatici fino al livello di veri e propri organismi inter-micronazionali. Ma attenzione, perché con micronazione non si intende semplicemente San Marino - non ce ne vogliano - o il Principato d’Andorra. Forse Ceuta - enclave spagnola in terra d’africa - o Gibilterra - sudditi di sua maestà britannica sulla punta meridionale della penisola iberica - si avvicinano di più al concetto, ma quando si parla di micronazioni si intende il Principality of Sealand o The Kingdom of Elgaland - Valgaland.
Il primo esiste davvero, e altro non è se non una fortezza- piattaforma militare inglese abbandonata in acque internazionali al largo di Ipswich nel 1967 e occupata dal maggiore Roy Bates e dalla sua famiglia. La storia completa fino alla tollerante accettazione della sua esistenza si trova sul sito, di sicuro a Barcellona il Principato di Sealand si è presentato con l’ambasciatore e con un set di cartoline e francobolli da inviare agli amici. KREV invece è una costruzione psico - politica: dal 1992 infatti il regno di Elgaland - Valgaland si è annesso unilateralmente tutte le no man’s land tra i confini, oltre a ogni possibile ‘stato mentale’. L’obiettivo? Annettere tutto il mondo fino a farlo diventare un unico stato: in teoria con un unico stato dovrebbero finire anche i conflitti, ma forse questa è davvero utopia.
Sempre di stati mentali si tratta quando si parla dello Stato di Evrugo, creazione dell’artista e terapeuta catalano Evru: per guadagnare una medaglia al valore dello stato di Evrugo al Sónar bastava spogliarsi di tutto (nel vero senso della parola) e farsi fotografare indossando una maschera di Cortana. Provocazione? Certo, ma anche realtà, esattamente come quelle di State of Sabotage e del NSK. Gli austriaci del gruppo creativo Sabotage Communication hanno approntato un autentico ufficio passaporti (ma comunque il modulo di richiesta di cittadinanza si può scaricare dalla Rete) come anche il collettivo di musica industriale sloveno NSK, sorto guarda caso nel 1992, al principio della dissoluzione della Jugoslavia.
Per approfondire le conoscenze sul fenomeno delle micronazioni due sono i siti Internet da cui partire: microfreedom.com e micronations.com, entrambi in inglese. Se prima ancora di approfondirne la conoscenza volete crearvi la vostra piccola micronazione ovviamente c’è anche questa possibilità: sul sito nationstates.net si può decidere davvero tutto, dalla moneta all’inno nazionale, dalla bandiera alla forma costituzionale, fino, ovviamente, alle convocazioni per la nazionale di calcio. Ma questo non ditelo al Trap.




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