Linux World: pragmatismo ragazzi, è il mercato
In campo gli interpreti di un fenomeno commerciale in crescita, forse più a scapito degli Unix proprietari che del rivale storico Windows. Grandi assenti, come al solito, i guru di Gnu/Linux. L’Expo 2004 presenta novità di prodotto per grandi aziende, rigorosamente a codice chiuso: a cosa serve reinventare la ruota?La sessione estiva del Linux World Expo ha riunito a San Francisco nomi storici del mercato informatico, che hanno partecipato a un evento dichiaratamente settoriale, ma da tempo privo di quel che di pionieristico che mal si sposa con le richieste aziendali.
Che i vendor Linux strizzino l’occhio alle grandi realtà non è un mistero: in questo senso, Linux (pur con i dovuti distinguo derivanti dai suoi molteplici flavour) è forse quella piattaforma comune che gli Unix commerciali, per una ragione o per l’altra, non hanno mai costituito.
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Il Pinguino, quindi, è ridotto ad un grottesco pennuto imbalsamato con il becco pieno di dollari derivanti dalla vendita di licenze e contratti di assistenza? Per quanto si è visto al Linux World Expo, certamente. Ma bisogna anche considerare che lo scopo di lucro è il fine principale dell’azienda, e il rapporto con la comunità di sviluppo Linux è una sorta di scambio, un delicato equilibrio che unisce parti distanti nella realtà anni luce.
E Linux movimenta grandi numeri: se l’edizione 2003 di Linux World Expo è stata dominata dallo spauracchio-Sco, ora che le azioni legali tra quest’ultima e una fetta consistente del mondo informatico proseguono lentamente, c’è spazio per un moderato ottimismo. Che prelude al miglioramento di quanto Forrester ha sintetizzato in un’inchiesta condotta a giugno.
Su 129 aziende statunitensi con ricavi annuali che eccedono i 500 milioni di dollari, un quarto usa Linux su piattaforma Intel (ovvero, sull’entry level), e la stima per il 2007 parla di un’azienda su due che lo utilizzerà. Sempre meno dell‘88% che usa Windows, ma a sufficienza per spaventare Sun (pare che Solaris sia adottato dal 43% del campione Forrester, e i suoi margini di crescita sono ben minori di quelli di Linux).
Quindi, Linux sta per entrare nel salotto buono e ricco delle realtà economiche più importanti del mondo. Un fenomeno ben poco tecnologico e molto commerciale, senza dubbio. E sottolineiamo “Linux”, non “Gnu/Linux”: la differenza è sostanziale quanto la differenza tra una qualsiasi piattaforma e un modello di sviluppo rivoluzionario, unico e potente nella propria palese inferiorità economica rispetto a quello proprietario.
Le aziende sono pragmatiche, ed è impossibile chiedere loro di abbracciare incondizionatamente una filosofia. Piuttosto, il classico colpo al cerchio e alla botte è il loro credo. Quindi, una Computer Associates che prima si butta su Linux e poi rilascia il codice del proprio database Ingres dopo essere passata alla cassa di Sco (acquistando una licenza Linux Intellectual Property dall’azienda di Lindon) non deve fare scalpore: il mercato è dominato dal pragmatismo, appunto.
Mai le aziende si batteranno per il progresso culturale e tecnologico: abbattere il digital divide è compito di chi scrive buon codice e lo diffonde in maniera libera. Lo stesso codice che, per vie traverse, serve alle piccole aziende per essere robuste quanto le grandi (se supportato da sufficienti competenze) e alle grandi di fruire a basso costo di applicazioni spesso migliori delle proprie.




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