Linux, Sco, Ibm: l’eterno dilemma del copyright
Big Blue è in possesso di un asso nella manica che potrebbe consentirle di chiudere (finalmente) la partita con la rivale e garantire un futuro più stabile e tranquillo all’open source. In realtà contraddizioni e incertezze non mancanoLo scontro che coinvolge Sco, Ibm e in sostanza tutte le aziende aventi a che fare con Linux o software a esso collegato, si arricchisce di un nuovo capitolo.
Al culmine di un’aspra battaglia legale (con tanto di richiesta di risarcimento da cinque miliardi di dollari e milioni di spese legali) in corso da oltre un anno sembra che questa volta Big Blue abbia sferrato il colpo risolutivo grazie a due documenti giuridici separati: nel primo sostiene di non avere infranto alcun contratto di Sco - riferendosi all’accordo di licenza per Unix che risale al 1985 e che, Novell permettendo, appartiene a Sco stessa - e nel secondo accusa la controparte di avere violato il copyright di propri software per Linux.
Ibm sostiene cioè di avere sviluppato in proprio le tecnologie che Sco ritiene invece mutuate da Unix e che quindi la loro diffusione alla comunità di sviluppo risulta perfettamente lecita. Sarebbe anzi Sco ad avere copiato il codice di alcuni software Ibm scritti per Linux: posizioni a dir poco antitetiche, quindi. Se le due richieste venissero accolte, per Sco sarebbe un duro colpo.
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Fa intanto scalpore l’opinione di alcuni autorevoli commentatori statunitensi sullo spinoso tema della proprietà intellettuale legata a Linux. Fra questi Business Week parla di “una grossa mosca nella minestra dell’open source” e di “una incertezza legata alla proprietà intellettuale così grande da scoraggiare molte aziende ad adottarlo e svilupparlo ulteriormente”.
Non sono i giudizi lapidari ad impressionare, ma la miopia di fondo di molti analisti che si cimentano con Linux: l’adozione di un metodo di valutazione mutuato dal modello di sviluppo chiuso per un paradigma che ha nel software libero e aperto il proprio vessillo.
La negazione, secondo una terminologia ben nota ai sostenitori del software libero - del cosiddetto copyleft.
Proprio questo è il nodo cruciale della questione: Linux è più di una tecnologia, e - se inteso come semplice alternativa a basso costo di Unix - non sarebbe semplice giustificarne l’elevata diffusione né i ragguardevoli tassi di crescita.
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Nell’approccio con Linux, bisogna ricordare l’enorme differenza fra Gnu/Linux (ciò che ha originato il fenomeno e che, con la diffusione del codice sotto Gpl, fa sì che esso continui) e Linux inteso come piattaforma, una delle tante varianti di Unix e forse nemmeno la migliore dal punto di vista tecnico: solo così si può parlare di modello di sviluppo rivoluzionario, e non di semplice tecnologia. Lo sviluppo non è dettato dalle aziende, ma dagli hacker. Il progresso che può derivare da Gnu/Linux è legato all’opera di questi ultimi, e non dai listini delle aziende: anche la connotazione commerciale di Linux (ovvero, applicazioni a codice chiuso per questa piattaforma) è nata sulla base di un modello libero e aperto.




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