Induce/Do not induce act, il P2p al centro della scena
Una proposta di legge statunitense stilata a metà dello scorso giugno punta l’indice contro le risorse tecnologiche che potrebbero agevolare lo scambio illegale di file audio-video. Un provvedimento di dubbia razionalità cui industria e pubblico rispondonoCirca la diffusione dei sistemi Peer-to-peer e in tempi non sospetti il senatore repubblicano Orrin Hatch aveva idee molto chiare: l’industria discografica e i servizi musicali on line debbono collaborare, dichiarava nel 2001, forte della convinzione che Internet avrebbe potuto offrire qualche chance in più ai musicisti indipendenti.
Quelli come lui, insomma, visto che Mr. Hatch è a propria volta un compositore, commercializza on line una decina di Cd originali e gode del favore di critici quali George e Barbara Bush, Colin Powell, il pilota di caccia F-16 capitano Scott O’Grady.
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L’indeterminatezza del provvedimento lascia presagire gli scenari più foschi. Nel medesimo calderone dell’illegalità potrebbero certamente precipitare le case produttrici di lettori multimediali, software e masterizzatori, a braccetto però con veri e propri insospettabili come i fornitori di connettività, rei di dare ospitalità ai nodi P2p.
L’iniziativa non è tutta farina del sacco del politico-musicante, limitatosi a far da megafono alle esigenze delle grandi etichette disco-cinematografiche, che sono a tutt’oggi in cerca di un’arma-fine-di-mondo capace di spazzar via una volta per tutte la minaccia dei pirati e che molti considerano le sue finanziatrici più generose.
Le aspetta pane per i loro denti. Chiaramente osteggiato dai consumatori, lo “Induce act” trova oggi l’opposizione di alcune importanti corporation e associazioni di categoria. Mci, Verizon, American Association of Law Libraries e soprattutto Consumer Electronics Association - cui fanno capo tra gli altri Microsoft e Apple - hanno infatti presentato al Congresso quello che è già stato ribattezzato “Do not induce act”.
Il documento ribadisce la necessità di perseguire i fenomeni di pirateria più macroscopici senza però interferire con i progressi della tecnologia e soprattutto senza scivolare in un clima da caccia alle streghe. Interrogata al riguardo, la consulente legale di Verizon Sarah Deutsch ha infatti parlato dello “Induce act” come di una “licenza” conferita ai possessori di copyright “per andare a caccia di aziende” e costringerle nella migliore delle ipotesi a lunghe e costose battaglie nelle aule dei tribunali. Fra i capisaldi della controproposta c’è il richiamo al “Betamax act” del 1984. L’atto cioè con cui venne sancita la liceità d’utilizzo dei videoregistratori, contro il parere di chi li accusava di essere al servizio dell’illegalità.
Al di là dello scontro “Induce/Do not induce” il mese di agosto è stato particolarmente infausto per Riaa (Recording industry association of America) e Mpaa (Motion picture association of America), sconfitte nel processo d’appello contro i gestori dei servizi Grokster e Morpheus. La decisione della nona corte distrettuale di S. Francisco non fa altro che confermare la sentenza di primo grado del 2003 secondo la quale i proprietari di una tecnologia di scambio dei file non possono essere ritenuti responsabili delle irregolarità commesse dai loro utenti.
Nel commentare l’esito favorevole dell’udienza il Ceo di Streamcast-Morpheus Michael Weiss non ha risparmiato le critiche all’atteggiamento delle major: “La speranza è che si decidano ad abbracciare le nuove tecnologie per offrire opportunità inedite agli artisti e ai compositori, anziché sprecare il loro tempo e denaro nel tentativo di fermare il progresso”.




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