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I love you (rev. eng), il virus si fa arte

Scritto da Alessandro Ludovico

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La faccia nascosta delle infezioni elettroniche si rende ben visibile fra i padiglioni di una mostra itinerante sui generis che da Providence - patria statunitense di Hp Lovecraft - passerà ben presto in Europa, a Copenhagen
I love youI computer virus possono essere considerati una forma di comunicazione? La risposta può essere affermativa, visto che lo stesso processo d’infezione riguarda uno scambio critico di informazioni fra le parti. I virus sembrano rappresentare un problema solo parzialmente legato alla sicurezza informatica: le infezioni sono infatti così frequenti che l’utente medio tende a considerare molti dei comportamenti poco decifrabili della macchina come sospetti virus.
Si deve all’associazione culturale Digitalcraft l’allestimento di “I love you [rev.eng]”, una mostra dedicata ai virus informatici e alla loro cultura. Raccogliendo una notevole varietà di fonti, sono stati assemblati lavori che illustrano un mondo comunque affascinante, con Sasser e i suoi fratelli visti come un sistema di comunicazione incredibilmente veloce e pervasivo, che evolve e muta diventando esso stesso un medium a tutti gli effetti.

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La velocità di propagazione è un aspetto importante, che nella sua dimensione macroscopica può essere apprezzato nella mostra grazie a un tool appositamente concepito. Esso visualizza le infezioni globali dei virus su una mappa mondiale.
Serio e divertente allo stesso tempo, questo strumento usa l’interfaccia tipica dei software d’analisi, applicandovi però i principi dei giochi di simulazione. Sembra che il senso primario della comunicazione iniziale viaggi inalterato attraverso milioni di host e personal computer. Esso moltiplica la sua presenza dappertutto, come un neologismo incluso in milioni di copie di un nuovo dizionario.
Il senso letterario del codice, invece, è evidente in alcuni dei lavori presenti. “The_Lovers” di Sneha Solanki è un’installazione basata su due computer in rete fra loro, uno dei quali è infettato con un virus crittato e contamina sé stesso e il partner connesso attraverso una classica poesia romantica. Coniugando così l’infezione con il potere dell’amore di inquinare il senso dell’informazione.

Su un altro fronte ‘Biennale.py’, una storica opera d’arte fatta dagli 0100101110101101.Org insieme agli EpidemiC, che ha scosso i media alla 49esima Biennale di Venezia. È composta con una struttura di codice che può essere letta come un poema e il processo di auto-riproduzione è implementato con un uso metaforico delle variabili e dell’algoritmo. L’attitudine hacker, ossia quella di costruire senso reinventando i meccanismi della macchina, è evidente nelle conversazioni con i programmatori che sono affascinati dall’astrazione e dalla manipolazione degli ingranaggi elettronici.
Per questo nella mostra sono stati inclusi cinque documentari sulle eterogenee dinamiche sociali degli hacker, e alcune intervista lette da un software text-to-speech. Ciò di cui parlano è la necessità di evolvere, cambiare e adattarsi a nuovi ambienti e condizioni, trovando nuove soluzioni per permettere al senso di sopravvivere nella svelta e ingannevole infosfera.
I Love You [rev eng] è in corso alla Brown University - Watson Institute for International Studies (Providence, Usa) fino al 4 ottobre, e sarà inaugurata al Post & Tele Museum di Copenhagen il 7 ottobre per proseguire fino al 14 novembre.

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