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Hosting per gli spammer: Microsoft li porta in tribunale

Scritto da Guido Sintoni

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Redmond conferma il proprio impegno anti-spam e cita in giudizio anche un provider la cui offerta prevede hosting ideale per inviare e-mail spazzatura
Per Levon Gillespie, oscuro informatico statunitense, non deve essere stato piacevole vedersi recapitare una citazione in giudizio da parte di Microsoft, specie in un paese che fa del proprio (controverso) Can-Spam Act il vessillo contro chi invia e-mail non desiderate.

» Contro la posta spazzatura

Eppure, l’azienda di Gillespie - National Online Sales - ne controlla un’altra il cui nome è tutto un programma: CheapBulletProof.com. Cioè, economico e indistruttibile. Ma cosa? Hosting, con una nutrita batteria di server in territorio cinese, ben difficili da chiudere con un procedimento legale, florido punto di appoggio per l’invio su larga scala di e-mail spazzatura.

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» Aiuto! proteggete il mio computer
Il metodo per arricchirsi in fretta? Esiste. I rimedi nauturali per le malattie? Eccoli qui. Problemi di virilità? Venghino, siori, venghino. Poco male che l’hosting (a partire da 159 dollari per arrivare a 459 al mese) sia un vero e proprio furto con scasso, almeno secondo i parametri di mercato statunitensi: questo è un altro discorso!

Il motto di Gillespie è (meglio dire “era”) chiaro: guadagnare con le e-mail spazzatura. La strategia? Cinque punti riassunti sul proprio sito Web: registrare un dominio, ottenere un hosting a prova di bomba (guarda caso), acquistare un software di invio di e-mail spazzatura, acquistare un elenco di e-mail (rigorosamente intonse) e, da ultimo, sedersi in poltrona e rilassarsi.
Ma è proprio il quinto punto a non avere funzionato: il paladino dello spam dovrà sedere a breve di fronte a una corte di Washington e persuaderne i membri che la propria azienda, così come pubblicizzato, offre solo “servizi di marketing inviolabili per posta elettronica”. Il tutto mentre Microsoft aggiunge un’altra tacca al calcio del proprio fucile puntato contro gli spammer chiamati in giudizio: ora sono cento, di cui settanta negli Stati Uniti.

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